I certificati assicurativi precompilati acquistati dalle concessionarie e rivenduti dai Casalesi a ignari automobilisti

Uno dei business più redditizi (e anonimi) del clan dei Casalesi è quello delle polizze assicurative false. Un affare da 360mila euro all’anno, mille euro al giorno in pratica. Attenzione, però, non polizze assicurative normali ma a tempo: quelle cosiddette “a cinque giorni”. A parlarne è il pentito Salvatore Venosa in uno dei suoi interrogatori ai pm antimafia. A coordinare la truffa era un affiliato, di cui i magistrati hanno coperto il nome con un “omissis”, che “aveva una piattaforma su Internet… un sito intestato a un prestanome o società fittizia accedendo al quale, attraverso una passoword, si apriva un conto fittizio tramite il quale venivano generate polizze assicurative prive di ogni copertura e, quindi, false”, si legge nel verbale.

I fogli per la stampa della polizze – continua il pentito – “li consegnavo personalmente” all’affiliato dopo averli acquistati “a Giugliano presso una concessionaria di autovetture”. In pratica “fogli pre-stampati per polizze assicurative già predisposte ma prive dei dati del contraente”. Il collaboratore di giustizia spiega così il funzionamento della truffa. Gli affiliati alla cosca li “portavano agli assicuratori, i quali stipulavano con i loro clienti polizze ‘di validità cinque giorni’ utilizzando le polizze fasulle e in bianco che noi avevamo procurato”. L’accordo con gli assicuratori garantiva ai camorristi una “quota pari a 35-40 euro su ogni polizza assicurativa mentre l’assicuratore le stipulava al prezzo di 50-70 euro”. Per verificare il numero di polizze sottoscritte, e quindi calcolare i denari incassati, “veniva utilizzata una piattaforma digitale su Internet per accedere alla quale veniva consegnata ad ogni agenzia una password per l’accesso”. Ogni volta che “veniva stipulata una polizza ‘a cinque giorni’ l’assicuratore era tenuto a entrare in questa piattaforma digitale e annotare i riferimenti della polizza assicurata”. Mediamente, conclude il pentito, “il clan guadagnava la somma di circa 7mila euro a settimana”. I soldi erano divisi tra “tutti quanti noi coinvolti in questa truffa”, ma “dovevamo dare una percentuale pari a circa 2mila euro al mese a persona a soggetti vicini a Michele Zagaria”.

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