lunedì, Novembre 28, 2022
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«L’azienda bufalina distrutta dal boss per una ripicca»

Secondo un collaboratore di giustizia un rifiuto scatenò la rabbia di Francesco Schiavone «Cicciariello» che non esitò a dare fuoco alla struttura

I boss del clan dei Casalesi erano tra i più spettati. Bastava un niente per far scattare la loro ira e subirne le conseguenze. Non era «tenero» nemmeno Francesco Schiavone detto «Cicciariello». Alcuni particolari sulla sua «attività» sono stati raccontati da Giovanni Ferriero, suo ex braccio destro, passato a collaborare con la giustizia. I suoi verbali sono riportati in un’ordinanza che ha colpito il clan. In un interrogatorio del 2000 Ferriero spiegò un episodio eloquente per delineare il profilo del capo.

«Fra il 1992 ed il 1993 – si legge nel verbale di Giovanni Ferriero -, “Cicciariello” ordinò a me, a P. ed a M. di incendiare una masseria dove si allevavano le bufale. Quest’azienda bufalina si trova a Brezza». Per appiccare l’incendio, i tre, non entrarono «dall’ingresso principale ma fermammo la nostra macchina circa 150 metri prima del cancello. Scendemmo dalla macchina e scavalcammo io e P. un reticolato di filo spinato i cui fili erano piuttosto distanziati tra loro».

Il terzo affiliato li «aspettò in macchina armato di un fucile tipo Safari» affermò il collaboratore aggiungendo: «Scavalcato il reticolato, dopo pochissimi metri, penso fossero 7-8 circa, c’era il fienile dell’azienda. Si trattava di un fienile molto grande, costruito con pali di metallo e con una tettoia di lamiera (lamiera che era piatta ed a tratti interrotta da canaline per lo scorrimento dell’acqua) posta ad un altezza di circa 6 metri dal suolo. In effetti, sotto questa tettoia, oltre a trattori e ad altri strumenti agricoli vi era accatastato il fieno in balle, alte circa 1,40 metri, l’una, e ricordo che, sotto la tettoia, vi erano tutte queste balle di fieno messe su tre-quattro livelli, l’una sopra l’altra».

L’incendio e la motivazione del gesto violento

Secondo il racconto del pentito «giunti all’interno del fienile, avendo con noi una latta di nafta ed olio, cospargemmo il fieno di tale liquido, dopodiché, uscimmo di qualche metro dal fienile e lanciammo all’interno dello stesso uno straccio imbevuto del liquido a cui avevamo dato fuoco. Constatammo che l’incendio si stava appiccando e dopo pochi secondi, ritornati in macchina da M., ce ne andammo. La mattina seguente venimmo a sapere che l’incendio aveva avuto conseguenze gravi». Ma perché questo atto così violento? «Secondo quanto mi disse “Cicciariello”, lui si era rivolto verso il titolare di questa azienda bufalina, per chiedergli se poteva vendergli alcune bufale. Secondo il racconto del “Cicciariello” questo allevatore gli propinò delle scuse per cui disse che non poteva vendergli le bufaline. Questo fu il motivo dell’azione punitiva che ci venne commissionata» concluse il pentito.

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