La disparità di mortalità infantile tra Nord e Sud d’Italia è una piaga: si utilizzino i soldi del Recovery fund per salvaguardare i diritti negati

di Mario Polese

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Nella modernissima e civilissima Italia c’è una disparità che grida vendetta. Quella della mortalità infantile che è una realtà inaccettabile. Basti pensare a un dato realmente agghiacciante: secondo i dati ufficiali dei maggiori indicatori nazionali ogni anno, statisticamente, circa 200 bambini muoiono semplicemente perché nati nel luogo sbagliato. Perché se un neonato vede la luce a Napoli, Potenza, Palermo o Bari non ha la stessa sicurezza di sopravvivere se la stessa operazione avviene a Padova, o Venezia o Trieste. E’ una cosa tristissima oltre che inaccettabile. Perché si può accettare – anche se a fatica quando si parla di creature nate da poche ore – l’imponderabile in tutta la sua tragicità ma non certo il danno di un sistema che non funziona come dovrebbe.

La notizia, che viene aggiornata purtroppo ogni anno, per il 2021 ha iniziato a far discutere alcuni giorni fa dopo la pubblicazione del dossier da parte della Società italiana di pediatria. Tanto che il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna ha subito lanciato il tema a livello politico e parlamentare. Per il ministro infatti, «i dati del divario di cittadinanza Nord – Sud sono sempre inaccettabili, ma lo studio dovrebbe scuotere le coscienze di tutti». Non c’è dubbio che si tratti «di una violazione del diritto stesso alla vita e al tradimento dei principi fondanti della nostra Costituzione, che dovrebbero garantire a ogni cittadino pari dignità sociale».

Ma il tema purtroppo è antico. Il dato di quest’anno non è diverso da quello dell’anno scorso e da quello degli anni precedenti. La verità tristissima è che da decenni la mortalità infantile fa più vittime nel mezzogiorno d’Italia che nelle altre parti del Paese.

Al netto di quello che appare come l’ennesimo schiaffo a intere popolazioni per un divario tra le due realtà geografiche della nostra nazione che rimane incomprensibile quanto vergognoso dopo decenni e decenni di storia repubblicana c’è da fare qualcosa. Non si può continuare a ‘piangere’ a singhiozzo ogni volta che una agenzia o un ente pubblica un dossier in cui fotografa quello che purtroppo è una verità che fa male: al Sud c’è meno occupazione e più povertà; meno opportunità e più disagio sociale; meno diritti garantiti e più ingiustizie.

Non si pretende certo che tutto venga risolto in un ‘amen’ ma allo stesso tempo non si può più accettare che questa sia la situazione. E l’Italia avrebbe anche una opportunità per dare un segnale chiaro di voler andare nella direzione di colmare il divario storico tra meridione e settentrione. Ci sono le risorse del Recovery fund con le quali si dovrebbe intervenire subito. La stessa Mara Carfagna lo ha indicato con le sue dichiarazioni sulla mortalità infantile: «La battaglia che il Paese deve intraprendere, ora che ne ha le risorse, non è solo in nome dell’equità sui territori ma anche della libertà e dell’emancipazione dei singoli, contro l’umiliazione quotidiana che avvilisce le vite di troppi meridionali».

Ora a me, dopo anni e anni di convegni sulla questione meridionale, appassionano poco le ragioni antropologiche, storiche e sociali che determinano questo stato di cose. E nemmeno mi innamoro di parole come ‘emancipazione’ e ‘resilienza’. Io vorrei vedere i fatti. E vorrei da meridionale poter toccare con mano una rinnovata giustizia sociale. Per questo mi auguro che nei prossimi piani di intervento del Governo di leggere interventi precisi e finanziamenti tesi a raggiungere due obiettivi precisi: ridurre la mortalità infantile a Sud di Roma e vedere investimenti per modernizzare il mezzogiorno d’Italia con strade e ferrovie degne non del resto del Paese ma dell’Europa.

In ogni caso per salvare bambini la prima azione sarebbe quella del rafforzamento della medicina territoriale soprattutto per quanto riguarda la pediatria in generale. In particolare servirebbe investire massicciamente sull’innalzamento tecnologico e sulla telemedicina che potrebbe rappresentare un validissimo strumento per facilitare l’accesso ai servizi di cura potenziando le cure domiciliari al fine di ridurre gli spostamenti soprattutto per i piccoli pazienti e le loro famiglie che a oggi si trovano a vivere in località mal servite dal sistema sanitario e con oggettive difficoltà stradali e ferroviarie.

Vicepresidente del consiglio regionale della Basilicata

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