La storia di Spartaco tra leggenda e realtà

di Letizia Laezza

Ciò che risulta quasi toccante del territorio che stiamo “esplorando” sotto il profilo archeologico è il filo diretto con un tempo remoto che sembra non aver mai lasciato andare via: in ogni dove sono sepolti ricordi, testimonianze di epoche che sembrano riportare ad universi paralleli e li raccontano nel dettaglio. E così basta spostarsi a Capua per girarsi intorno ed immaginare uomini valorosi, magari anche capi militari di rango elevato, generali forti e possenti ridotti in catene e trascinati a Roma, sconfitti alla fine di una di quelle lunghe, sanguinose e tortuose guerre che puntualmente la città splendente vinceva, spietata e ostinata sui suoi avversari.

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È in questo contesto che fra leggenda e realtà si colloca la storia di Spartaco, ma all’interno del mito del gladiatore-schiavo ribelle si esplicita una circostanza molto complessa, certamente concreta e per questo affascinante. Proprio a Capua infatti fu istituita la prima “scuola” dei gladiatori romani, quando per “Roma” si intendeva quasi tutta l’Italia. “A Capua c’era una notissima scuola gladiatoria, composta da soli schiavi di grande statura e forza, che venivano addestrati per dare vita a spettacoli cruenti, dove solo chi vinceva aveva la possibilità di sopravvivereSvetonio, “De Vitae Caesarum” (I-II secolo d.C.) Svetonio descrive in questa sua testimonianza una delle più importanti scuole gladiatorie insieme a quella di Roma e di Pompei. Sembra che per i nostri antenati fosse uno sport quella che a noi pare una barbarie: lo scontro certamente mortale fra bestie feroci e uomini, per quanto vigorosi ed armati pur sempre in netto svantaggio. Ed era percepito come tale, forse, in quell’antico contesto: uno sport estremo e letale che richiedeva allenamento e formazione, la cronaca di una morte annunciata che toccava agli schiavi più prestanti e capaci, speranzosi fino alla fine di avere la meglio, inferociti nel battersi per la propria vita allo scopo di soddisfare la sanguinosa esigenza di “spettacolo della violenza” del cittadino romano medio.

L’odierna Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua, un tempo era una delle città più importanti dell’Impero Romano: Cicerone la chiamava “Alter Roma”, e lì l’Imperatore Augusto nel I secolo a.C. volle erigere un anfiteatro talmente imponente da celebrare nelle sue sole dimensioni la maestosità di quella città, paragonata a Cartagine o Corinto.
In concomitanza all’anfiteatro nacque anche la prima scuola per gladiatori, quella di Caio Aurelio Scauro, che nel 105 a.C. allenava i combattenti impiegati da Roma come addestratori dei legionari.

Si è saputa una cosa mai successa nell’esercito sotto i generali precedenti. Il console Publio Rutilio per meglio addestrare i soldati a maneggiare le armi è andato a chiamare gli istruttori della scuola di gladiatori di Caio Aurelio Scauro. In questo modo le nostre legioni hanno appreso una tecnica più razionale di difesa e di offesa. (…) Quelli che combattono nell’arena, proprio per il mestiere che fanno, conoscono molto bene la lotta corpo a corpo.” (Valerio Massimo, Factorum ac dictorum memorabilium, II, 3,2 ) Questa testimonianza diretta ci indirizza verso la comprensione della portata di tale attività nella Roma passata: dalla scuola dell’Anfiteatro Campano nacque proprio una “famiglia gradiatoria” fondata da Giulio Cesare nel 49 a. C., gladiatori detti appunto “Iuliani”, in seguito poi “neroniani”.

La scuola dove invece prende corpo la rivolta di Spartaco era di proprietà di un tale Lentulo Batiato; i suoi gladiatori, una volta allenati, venivano obbligati a combattere all’interno dell’Anfiteatro Campano, a volte anche contro altri uomini, compagni, che erano costretti ad uccidere per salvarsi la pelle. Chiunque poteva entrare in quel business, anche alle donne era possibile aprire una scuola per gladiatori: si trattava di un trend in crescita e molto redditizio in quanto gli spettacoli erano graditi da chiunque, aristocratici viziosi e popolani agguerriti, tutti disposti a pagare profumatamente per assistere ad uno scempio in cui riversare la propria violenza che li facesse sentire soddisfatti.

Era il 73 a.C. quando Spartaco provò a spezzare il giogo di quel sistema, dando vita ad una battaglia che lo avrebbe consegnato alla storia fra libri e film a lui dedicati; simbolo della ribellione ad un regime che non poteva permettersi di abbattere, ma al quale comunque, o almeno così ci piace pensare, dette un bello scossone con il suo gesto tenace e coraggioso e con la caparbia con la quale lo portò avanti. Una rivolta senza mezzi adeguati, fatta tutta di rabbia, sete di giustizia e forza di volontà: a lui da principio si aggiunsero altri 70 schiavi ed in seguito ne raccolse molti altri; dopo una prima fuga dalla scuola di Lentulo si diressero verso il Vesuvio, dove subirono l’ovvio assedio delle forze romane. Al di là di come siano andati davvero i fatti, al di là di quanto si possa indorare l’immagine dello schiavo guerriero e biasimare la crudeltà di un popolo che lo metteva al massacro per puro diletto, al di là dell’immaginazione c’è l’archeologia, che ci rendiconta questa storia da un punto di vista concreto. La Soprintendenza dei Beni Archeologici ha effettuato negli ultimi anni degli scavi dai quali sono rinvenute delle strutture che richiamano la fisionomia di un’arena che potremmo datare al II secolo a. C.

Infatti è stato ormai accertato che nel piazzale antistante l’Anfiteatro sorgeva quello antico, direttamente collegato alla scuola dei gladiatori, che in questo modo si “esibivano” nei ludi publici senza doversi neanche allontanare troppo dal luogo dove erano segregati. Non è possibile datare con certezza la costruzione dell’anfiteatro, ma è opinione comune che un’opera di rifacimento va attribuita alla Colonia Giulia presente a Capua, mentre l’ampliamento secondario e l’aggiunta di un propileo arredato da statue risale agli imperatori Adriano e Antonino Pio: di tale dato ci informa direttamente quest’ultimo, tramite un’iscrizione (conservata al museo provinciale campano) che fece applicare alla struttura, dove menziona il restauro del colonnato e il nuovo arredo scultoreo risalenti ad Adriano. Fu Alessio Simmaco Mazzocchi, un ecclesiastico amante dell’archeologia, che nel 1726 riuscì a reperire l’integrazione dell’epigrafe Colonia Iulia Felix -che recava informazioni circa l’elevazione a colonia della città di Capua sotto l’imperatore Augusto- ritrovata mancante di alcune parti di fronte alla porta a sud dell’anfiteatro.

La struttura, che è possibile ispirò l’architettura dell’Anfiteatro Flavio, si presenta in forma ellittica e dalle dimensioni imponenti: era l’arena più grande dopo il Colosseo, Infatti fu innalzata in sostituzione di quella non abbastanza spaziosa risalente all’età graccana, i cui resti sono stati individuati a Sud-Est. Il koilon o cavea, ovvero quell’insieme di gradinate di un teatro o anfiteatro antico dove sedevano gli spettatori –divisi in quattro ordini canonici di spalti (ima, media e summa cavea, attico), accessibili attraverso scale interne ed esterne- era estremamente capiente, riuscendo ad ospitare fra le 45.000-50.000 persone. L’edificio, secondo ricostruzioni attendibili, appariva formato da tre ordini di arcate sovrapposte, sormontate da un quarto piano costituito da una parete.

La parete del quarto piano era decorata da lesene (pilastri che sporgono da un muro con funzione decorativa), e tra queste si aprivano delle finestre che illuminavano un corridoio atto a riporre il velario, impiegato per proteggere gli spettatori dal sole o da freddo e pioggia. La chiave di volta di ogni arco era ornata da un busto di divinità a bassorilievo, come ci testimoniano due superstiti fra questi, Diana e Giunone. Ai piani superiori invece le statue erano intere; tre di queste sono state reperite e conservate al Museo Nazionale di Napoli: Adone o Apollo di Capua, Afrodite o Venere di Capua e Psiche. Al di là di queste, le parti ornamentali sono andate quasi tutte perdute; si sono invece conservati i plutei frontonali -che mostrano scene mitologiche e di carattere commemorativo a rilievo- e le balaustre dei vomitoria (varchi di accesso agli spalti), le quali erano scolpite su entrambi i lati con animali esotici o con scene di caccia.

Il muro che sorregge il podio chiude anche l’arena, ma l’aspetto più misterico ed affascinante lo mantengono ancora i sotterranei: è possibile visitarli, questi anfratti labirintici retti da pilastri in mattoni a sostegno delle volte su cui poggia l’arena. Il piano dell’arena era costituito da tavole di legno coperte di sabbia per facilitare i movimenti nei combattimenti, sotto ai quali si sviluppavano i suddetti sotterranei, comunicanti tra loro mediante corridoi ed accessibili attraverso quattro scalette presenti negli ambienti di servizio, nascosti dietro al podio ed utilizzati per i macchinari e gli apparati scenici. Ad est era stato costruito anche un condotto collegato ad una cisterna d’acqua, utile a pulire i sotterranei.

Le belve destinate agli spettacoli gladiatoriali venivano trasferite (tramite un tunnel) dall’edificio detto Catabulum ai sotterranei. Sullo scopo e sulle funzioni del Catabulo si sono elaborate varie ipotesi: è stato immaginato come tempio o recinto per gli animali feroci. In realtà si tratta di una fonte battesimale risalente al IV secolo d.C.; una cappella ricavata nella seconda navata a Nord dell’ingresso occidentale, in passato annessa alla basilica dei Santi Stefano e Agata che ora è scomparsa. I resti di quest’ultima si trovano all’interno di un fabbricato di proprietà privata che in passato fu una casa rurale.

In epoca imperiale, quando i ludi, i giochi e gli spettacoli brutali erano tanto in voga, l’anfiteatro in analisi godè di una grande fortuna; in seguito, però la sua storia ha attraversato un umiliante declino: nel 456 d.C. fu gravemente danneggiato dal re dei vandali Genserico, dopo la caduta di Roma venne ancora saccheggiato, ma fu riparato nel 530 d.C. Durante il dominio gotico e longobardo continuò ad essere utilizzato come arena; poi, dopo che i Saraceni ebbero distrutto Capua nell’841 d.C. venne trasformato in una fortezza. Nel basso medioevo, con la dominazione sveva, divenne cava di estrazione di materiali lapidei reimpiegati nella costruzione degli edifici della città. Ancor peggio in seguito fu molto trascurato se non del tutto abbandonato, sepolto di sterpaglie e quasi dimenticato. Tra l’inizio e la prima metà del 1800 vi si dedicarono opere di scavo parziali, appena i primi lavori di recupero del sito che fu definitivamente liberato dagli enormi ammassi di terra solo nel decennio tra il 1920 ed il 1930; dopodiché furono molteplici gli interventi di manutenzione atti a permetterne una corretta conservazione.

Da allora l’Anfiteatro Campano non ha mai smesso di essere curato, è anzi oggi uno dei siti archeologici meglio conservati della Campania, così da poter offrire il meglio del suo antico splendore ai visitatori. Gestito e tutelato dalla direzione regionale musei Campania, l’Anfiteatro è di proprietà del MiBACT e si propone quale ulteriore tesoro di questa terra colma di storia e leggenda.

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