mercoledì, Novembre 30, 2022
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L’allarme del Wwf: «Indagare sulla pesca alla lampuga»

L’associazione ambientalista ritiene che i bidoni in plastica utilizzati e abbandonati negli anni siano svariate centinaia

di Fabrizio Geremicca

I pescatori lo chiamano pesce settembrino, perché la sua presenza nel Mediterraneo ed in particolare nel mare che bagna le coste tirreniche si concentra nel periodo della fine dell’estate. E’ la lampuga, una specie migratoria dalla livrea grigio azzurra. I pescherecci utilizzano per insidiarla i FAD (Fishing Aggregative Device): oggetti galleggianti che attraggono gli organismi marini. Alcuni equipaggi che pescano la lampuga sono ormeggiati anche alla Marina di Sorrento, nel porto di Marina Grande. Si spingono circa dieci miglia al largo tra gli isolotti de Li Galli e Capri.

Il Wwf Terre del Tirreno (la sezione del Panda in penisola sorrentina) ha inviato una nota alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, alla Guardia di Finanza ed alla Capitaneria di Porto per accertare «se l’attività di pesca alla lampuga venga esercitata nel rispetto della normativa di riferimento a tutela della fauna e dell’ecosistema marino, in particolare in relazione al materiale biodegradabile da utilizzare, all’impiego dei bidoni in plastica e cemento ed alle catture di specie non bersaglio».

Rileva il Wwf: «Attualmente le imbarcazioni sono già salpate con diverse decine di bidoni in plastica riempiti di cemento e ferro, frasche e lenza di nylon robusta per allestire nuovi FAD. Alcuni di essi sono collegati ai corpi morti con pezzi di reti inutilizzate, provenienti da spadare mai smaltite». L’associazione ambientalista rileva, inoltre, che «si hanno fondati motivi di ritenere che nel corso degli anni i bidoni in plastica, riempiti di cemento e ferro, utilizzati per allestire nuovi FAD, riversati ed abbandonati a mare, assieme a chilometri di lenze e pezzi di rete usati come cime per legare le foglie di palma, siano svariate centinaia».

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