Il racconto di un momento che avviene tra le gesta eroiche di una battaglia.

di Ilaria Riccelli

Uno dei più begli affreschi ritrovati a Pompei, e conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli MANN, è un dipinto, datato 45 – 79 d.C., che immortala l’eroe virgiliano Enea, profugo e progenitore della stirpe romana (‘profugo alle lavinie itale sponde’). La figura protagonista che si staglia sull’opera è Enea, figlio di Anchise e della dea Venere, l’eroe che riuscì a fuggire dopo la caduta della città di Troia, viaggiando in mare, per tutto il Mediterraneo, fino ad approdare nel Lazio, laddove diventò il progenitore del popolo romano, e, per l’incredibile avventura vissuta, il punto di congiunzione e di raccordo tra la storia greca e quella romana.

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L’affresco faceva parte del triclinium della casa di Sirico, è stato ritrovato nel 1825, e racconta un episodio presente nell’ultimo libro dell’Eneide, il ferimento del condottiero teucro protagonista dell’Eneide.

La casa di Sirico, dove è stato ritrovato l’affresco, nasce dalla aggregazione di due diversi edifici, che è avvenuta intorno al I sec. A.C., cosicché all’epoca dell’eruzione, si procedeva ad una grande ristrutturazione.

In tutta la proprietà aleggiava una ventata di novità, si rinnovava, per adeguare i motivi decorativi alle nuove mode dell’epoca. Pompei era stata una cittadina romana molto ricca, luogo residenziale, ma anche di villeggiatura dei romani facoltosi, che la sceglievano per trascorrere i loro periodi estivi, consacrata anche al lusso e alla bellezza, cosicché non stupiscono le migliorie apportate alle decorazioni delle abitazioni. Tra le parti già completate della dimora prima dell’eruzione, c’era l’esedra dove i convitati partecipavano ai banchetti adagiati su letti triclinari posti attorno ad un pregiato pavimento a lastre marmoree ed erano silenziosamente immersi in una atmosfera mitologica, raccontata nei raffinati affreschi con soggetti ispirati alla guerra di Troia, tra i quali c’è quello esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il nostro affresco racconta un momento che avviene tra le gesta eroiche della battaglia, e descrive la medicazione di una ferita inferta ad Enea. Nella scena, il medico Japix è chino sulla ferita di Enea con un bisturi, ed è intento alla cura di un taglio sulla gamba destra di Enea. Venere, madre di Enea, sopraggiunge impensierita, in soccorso del figlio, reggendo con la mano destra il velo sotto cui appare brillare un prezioso diadema, mentre il piccolo Ascanio, figlio di Enea, si asciuga le lacrime con un panno. Alle spalle, tutt’intorno, guerrieri armati di tutto punto, che sfoggiano elmo e scudo tondo. Nell’affresco, si intravede lo sguardo di Enea fiducioso, rivolto alla madre, che nel frattempo gli porge premurosa un’erba officinale.

Nella visione di questo dipinto, appare nitida la testimonianza della conoscenza dell’ars medica a Pompei, e dei rimedi utilizzati per la cauterizzazione delle ferite, come le erbe mediche, che venivano spesso usate, come dimostrano alcuni ritrovamenti. A Boscoreale si conservano ancora oggi varie piante ritrovate carbonizzate, tra cui erba medica e trifoglio. Altra indicazione che ovviamente suggerisce l’opera è che a Pompei era conosciuta la leggenda di Enea, la cui diffusione partì dalla città di Cuma. La città greca più antica della penisola italica, fu il luogo in cui Enea, secondo Virgilio, arrivò per incontrare la famosa Sibilla. La storia narra che prima dell’incontro, Enea perse il suo amico Miseno, che fu fatto annegare da Tritone, figlio di Poseidone, che aveva voluto punire l’esule per averlo sfidato ad una gara musicale. Fu così che Miseno fu seppellito sul promontorio, che da lui avrebbe preso il nome.