L'affiliato attirato in montagna e giustiziato a causa delle sue simpatie per i cutoliani (foto di repertorio)

LA STORIA DELLA CAMORRA Il collaboratore di giustizia Fiore D’Avino: mi opposi alle modalità brutali attuate contro la persona da uccidere, e rischiai lo scontro a fuoco con un altro camorrista

L’inizio del 1989 fa segnare numeri da brividi sul fronte degli omicidi in Campania. Il 16 febbraio di quell’anno ne erano stati commessi 41, 29 dei quali soltanto nella città di Napoli. Durante la notte di quel 16 febbraio del 1989 si consuma anche il delitto di un trentenne, Gaetano Paparo, detto il pelato, che stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, fu eliminato per il fatto che in passato «aveva avuto simpatie cutoliane». Il corpo di Paparo fu ritrovato, a Casalnuovo, in una Y10, fatta localizzare con una telefonata anonima ai carabinieri.

A raccontare della dinamica e del perché maturò quell’omicidio è proprio D’Avino, nel corso della deposizione che risale all’undici febbraio del 1995. «Quanto all’omicidio di Gaetano Paparo – afferma D’Avino -, posso dire che costui nel momento in cui fu ucciso, faceva parte del clan di (tale) Cosciafina. Il Pelato aveva avuto dei trascorsi da cutoliano  o quantomeno simpatizzante della Nco. Veniva sospettato di avere contatti con  un tale, detto tre palle. Per questo motivo (si ritenne) che si dovesse uccidere. Voglio precisare che il motivo principale era costituito dal fatto che Paparo aveva avuto simpatie cutoliane».

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Paparo, con una scusa, fu condotto da Cosciafina, in un zona del Monte Somma, sul versante di Sant’Anastasia, dove insieme all’obiettivo da eliminare, si ritrovarono anche una mezza dozzina di affiliati. «In montagna, Salvatore F. cominciò a rivolgersi in modo aggressivo nei confronti di Paparo, prendendolo anche a schiaffi e chiedendogli con insistenza se intrattenesse contatti con quelli di Volla. Le modalità con le quali Salvatore si rivolse al pelato, furono talmente brutali che io me ne risenti ed intervenni, tanto che tra me e (l’aggressore) si  verificò quasi uno scontro, ed ognuno di noi mise la mano sulla pistola. Fu tale nasone a mettere pace tra di noi», spiega ai pm il collaboratore di giustizia.

Che continua: «Comunque, a quel punto fu presa la decisione definitiva sulla sorte di Paparo, del quale si stabilì la soppressione. Ricordo che Cosciafina mi guardava con insistenza, aspettando da me  quasi un intervento a soccorso di Paparo, ma ormai la decisione era presa e quindi io addirittura me ne andai, dopo aver convenuto con gli altri che Paparo sarebbe stato ucciso in auto quasi a simulare un agguato».

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