giovedì, Giugno 30, 2022
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La trappola per «cacciare» gli Scanzanesi

INFORMATIVA CERBERUS – Così gli uomini del rione Santa Caterina volevano «conquistare» tutta Castellammare di Stabia

Il controllo delle attività criminali a Castellammare di Stabia è diviso tra due fazioni contrapposte. Da un lato gli storici del clan D’Alessandro di Scanzano e dall’altro quelli che agivano sotto il controllo di Raffaele Di Somma, alias «o’ ninnillo» conosciuti anche come «quelli del rione Santa Caterina». Lo afferma l’informativa Cerberus contro l’organizzazione criminale del defunto boss Michele D’Alessandro. «Questi due gruppi dopo gli scontri anche a colpi di arma da fuoco, sembrerebbero operare quasi nella stessa direzione, entrambe accomunate da un unico scopo: fare denaro a colpi di estorsioni ai cantieri edili ed attraverso “piazze di spaccio delle sostanze stupefacenti” per rimpinguare le casse delle consorterie criminali a mezzo degli uomini/soldati e/o familiari liberi sul territorio» affermano gli inquirenti.

L’organizzazione criminale

Nel corso delle investigazioni si è avuto modo «di appurare che a Scanzano, sotto il controllo vigile della capostipite Teresa Matrona, detta «a nonna», sia nata la seconda generazione dei D’Alessandro, ovvero quella capeggiata dai sue rampolli di famiglia: da un lato Michele D’Alessandro (cl. 92) figlio del più noto “Luigino” e dall’altra Michele D’Alessandro (cl. 95) figlio di Vincenzo, quelli delle palazzine di via Pergola, i quali, hanno operato in delinquenza tangente mente al capo clan Michele D’Alessandro (cl. 1978) di via Partoria e del suo fidato Antonio Rossetti». E proprio tenendo d’occhio i due «rampolli» e attraverso le intercettazioni ambientali e telefoniche a carico di Michele D’Alessandro (cl. 92) e di Gianfranco Ingenito la polizia giudiziaria si è imbattuta nel gruppo «rivale» che operava nel rione Santa Caterina.

I rapporti tra le due fazioni

Nelle intercettazioni effettuate a bordo di un auto utilizzata dai D’Alessandro venivano ascoltate numerosi conversazioni che hanno aiutato gli inquirenti a delineare le figure dei soggetti dislocati nel territorio del quartiere Santa Caterina ma soprattutto i rapporti fra questi e il giovane rampollo da cui emergeva una sorta di avvicinamento tra le due fazioni «nella fattispecie – si legge ancora – da parte di Vincenzo Di Palma, alias ‘o palummiell e Giovanni Savarese, alias ‘o cecchiell, al gruppo adesso capeggiato da Michele. Sia Di Palma sia Savarese erano continuamente menzionati da Michele (cl. 92) e dal suo stretto collaboratore Gianfranco Ingenito come “quelli” su cui cadeva oggi la responsabilità della guida criminale del gruppo di Santa Caterina attesa l’assenza dei Di Somma, padre e figlio, perché detenuti».

Il sospetto della trappola

L’autorità giudiziaria però aveva sospettato che questa sorta di avvicinamento potesse sfociare in una nuova guerra, un tranello per colpire al cuore i nuovi D’Alessandro. Sospetto maturato quando uno spacciatore di un centro approvvigionato dal figlio di Luigino gli rivelava, attraverso una sorta di confidenza, «dietro giuramento da fedelissimo “D’Alessandro” sebbene avesse sposato un’Avella, parente del collaboratore di giustizia Avella Ciro, che da lì a poco avrebbe patito un proposito criminoso nei suoi confronti».

A proposito della famiglia Avella lo spacciatore raccontava che «Ciro e Gennaro erano venuti in Castellammare di Stabia» per incontrarsi con esponenti di spicco del rione Santa Caterina e «pianificare un’aggressione ai danni del clan D’Alessandro» tramite uno stratagemma: «accattivarsi prima le simpatie facendo loro credere di far parte tutti allo stesso “sistema” e poi approfittando della fiducia guadagnata, li avrebbe combattuti finché non sarebbe transitato sotto il loro dominio il territorio di Castellammare di Stabia». Per attuare questo piano gli «Avella erano in attesa solo del consenso da parte di Raffale Di Somma».

Lo screzio di Di Palma

Quanto temuto dal giovane boss a proposito della falsa amicizia data per ragioni di opportunità da quelli del gruppo di Santa Caterina sembrava poi trovare riscontro. Un giorno Vincenzo Di Palma in compagnia di un altro suo amico si reca, a bordo di un veicolo, in via Volte di Gragnano nei pressi dell’abitazione di Rossano Apicella per acquistare un po’ di cocaina e incontra quest’ultimo in compagnia di Gianfranco Ingenito e Michele D’Alessandro. A questo incontro però Di Palma è armato.

«Mentre prima tra i due Di Palma-Michele D’Alessandro erano censurate numerose conversazioni dove il rampollo era stato portato a spasso per le vie del rione Santa Caterina, quasi in trionfo e da capo, tra i due nasceva uno screzio a causa di un’estorsione a un cantiere edile. La sua rabbia nei confronti del giovane D’Alessandro nasceva da una sua ritenuta non giusta spartizione di un’estorsione indicata come quella della “piazza” realizzata dal gruppo di Santa Caterina».

Da qui il malcontento «del Di Palma il quale reclamava da Michele un “pensiero” per lui dai soldi intascati». La cosa non era apparsa giusta soprattutto a Rossano Apicella che, secondo gli inquirenti, «interpretava la circostanza come un “tentativo di estorsione” posto in essere dal Di Palma nei confronti del D’Alessandro». Da questo nacque la rottura.

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