Da sinistra, Licio Gelli e Francesco Bidognetti

I tre incontri del febbraio 1991 a Villa Wanda (residenza di Licio Gelli) documentati dall’intelligence della Digos

di Giancarlo Tommasone

All’inizio degli anni Novanta – è annotato in una informativa di polizia giudiziaria, agli atti del processo imbastito contro la ’Ndrangheta stragista, conclusosi poche settimane fa a Reggio Calabria – il clan dei Casalesi «si può ritenere la più potente organizzazione di camorra all’epoca esistente, nel periodo di suo massimo fulgore criminale».

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Il processo di Reggio Calabria ha portato
alla condanna all’ergastolo dei boss
Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone

E’ uno dei passaggi fondamentali relativo all’asse Terra di Lavoro- Castiglion Fibocchi, lungo il quale nascono e si intrecciano i rapporti tra la Massoneria deviata di Licio Gelli (capo della P2) e il gruppo Bidognetti. A rivelare una serie di incontri a Villa Wanda, residenza di Gelli, non è solo il collaboratore di giustizia Luigi Di Dona, ma anche l’attività di appostamento e di intelligence della Digos. Il periodo è quello che va dal 2 al 16 febbraio del 1991, lasso di tempo durante il quale si registrano ben tre riunioni presso la magione immersa nel verde della campagna aretina. Sono tre gli accessi documentati a Villa Wanda.

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Il primo è quello del 2 febbraio 1991: gli agenti captano e annotano la presenza di Guido Mercurio (di Villa Literno, considerato esponente di spicco dei Casalesi) e di Salvatore Covelli. Due giorni dopo, il 4 febbraio, si accerta l’ingresso nella villa di Gelli, di Gaetano Cerci (nipote del boss Francesco Bidognetti, braccio destro del padrino Francesco Sandokan Schiavone). Secondo quanto ricostruiscono gli inquirenti – avvalendosi pure delle dichiarazioni di Di Dona – a riuscire a organizzare il primo incontro tra Mercurio e Gelli, è proprio Cerci. Quest’ultimo è un geometra, ed è coniugato con la nipote di Cristina Iorio, madre di Francesco Bidognetti. Ad accompagnare il parente di Cicciotto ’e mezanotte (Bidognetti, ndr) a Villa Wanda è ancora Salvatore Covelli, che secondo i magistrati altri non è che il «calabrese, Gino meccanico di Roma», così indicato dal collaboratore di giustizia Di Dona. Covelli ritenuto il gancio tra i Casalesi e Gelli, è una presenza fissa nel corso degli incontri e c’è anche in occasione del terzo appuntamento, quello del 16 febbraio 1991. Nell’occasione «introduce» ancora Guido Mercurio.

Il gancio «calabrese» con Licio Gelli

Ma il contesto e gli interessi comuni con la camorra, del Maestro Venerabile Licio Gelli – convergenze che avevano originato gli incontri in esame – emergeranno solo in seguito. A svelarli – nel corso dell’interrogatorio del 14 aprile 1997 – è il già citato pentito Luigi Di Dona. Nel visionare delle fotografie, Di Dona si imbatte in quella di Gaetano Cerci. Il volto riprodotto nella diapositiva gli risulta subito assai familiare, ma non ricorda il nome del soggetto, quando poi il magistrato afferma che si tratta dell’istantanea relativa a Cerci, Di Dona dichiara: «Ora che la Signoria Vostra mi dice il nome, riesco a ricollegare il viso allo stesso e posso dire che si tratta di un parente di Francesco Bidognetti, che ha una ditta che si occupa di rifiuti. Dovrebbe essere questa la persona che ci ha messo in contatto con il già da me nominato “Gino meccanico di Roma” (Covelli, ndr), persona vicina a Licio Gelli. Ho visto alcune volte Cerci a Casal di Principe a casa di Alfonso e Luigi Diana».

L’affare smaltimento rifiuti,
l’alba della Terra dei fuochi

Agli atti del processo contro la ’Ndrangheta stragista, c’è un allegato in cui è possibile leggere: «In effetti, Cerci era uno dei referenti del clan dei Casalesi nel settore dello smaltimento dei rifiuti. Si ponevano le basi, in quegli anni, di quella che sarà poi chiamata “Terra dei fuochi”. Ed è importante rimarcare come da questi episodi che risalgono al 1991 – dunque ad oltre 10 anni dalla scoperta delle famose liste degli iscritti, a Castiglion Fibocchi, e a oltre 9 dalla Legge 17/82, cosiddetta Legge Anselmi che scioglieva la P2 – risultassero ancora intatti il prestigio personale di Licio Gelli (ovviamente in certi ambienti affaristici e deviati), la sua rete relazionale, i suoi rapporti con la criminalità organizzata (in questo caso parliamo dei Casalesi, e cioè del più potente clan di camorra all’epoca esistente, nel periodo di suo massimo fulgore criminale) che, si badi bene, per come vissuti da Mercurio, avvenivano quasi come se la camorra casalese si trovasse in posizione di sudditanza rispetto a Gelli».