di Silvestro Gallipoli

Domenica 19 novembre, su RAI 3, la trasmissione «I dieci comandamenti» di Domenico Iannacone ha riproposto il tormentone della «Terra dei Fuochi». Una inchiesta giornalistica fuori dal tempo, con la stessa attualità di un raduno di anziani reduci fascisti con i loro labari, con la medesima pervicacia degli ultimi soldati giapponesi asserragliati nelle isole del Pacifico che, acculturati in una ideologia totalitaria, rifiutarono di accettare la fine della guerra con la sconfitta del loro Paese.

Una ideologia, quella della cosiddetta terra dei fuochi, impermeabile a qualsiasi evidenza scientifica rifiutata come disegno complottistico.
Un mix tra la TV del dolore alla «Ciro» di Sandra Milo e la filmografia catastrofista alla «The day after tomorrow», un qualcosa che, come Gomorra e le crisi rifiuti, un giorno, forse, potrebbe portarci un ulteriore flusso turistico di amanti del brivido e dell’orrido con l’apparizione, sul mercato, di appositi tour operator specializzati.

Un profluvio di iperboli, di scene chiaramente costruite, di silenzi studiati, di mascherine antipolvere igieniche buone, al massimo, per lavori di bricolage, non certo idonee a proteggere da sostanze gassose, di terreni soggetti ad uno dei tantissimi incendi di sterpaglie di questa estate «di fuoco» ancora caldi e fumanti che danno il la alla solita balla delle «fumarole tossiche» (i rifiuti chimici non provocano alcuna «fumarola», sono i rifiuti organici in fermentazione che provocano l’emissione di biogas, biogas altamente infiammabile che, in condizioni di alte temperature, può dar origine ad incendi) di uva, presentata da un sedicente agricoltore senza alcun segno sul viso di esposizione al sole, Ray Ban e bermuda, abbigliamento più confacente ad un perdigiorno che ad un contadino, come «quasi pronta» (l’11 luglio!!!) che avrebbe raccolto e «gettato a terra» di lì a due giorni perché «tossica» e lui ha «una coscienza».

La chiosa finale: «Non siamo né politici, né mafiosi»
è degna del miglior Grillo (Beppe).

Seguono:
bidoncini e sacchi vuoti di materie prime utilizzate nel ciclo produttivo della ex Pozzi di Calvi Risorta, smaltiti lecitamente (all’epoca era lecito) in un terreno adiacente lo stabilimento, discarica che sarebbe stata utilizzata da almeno «330 aziende» perché hanno contato (sic!) le diverse marche delle materie prime utilizzate e smaltite (sarebbe come dire che nel mio sacchetto della spazzatura hanno gettato immondizia tutte le aziende di cui ho consumato i prodotti), nonché dai «Casalesi» «perché il sistema di intombamento è tipico dei Casalesi» (il famoso «biscotto» ovvero interramento a strati alternati rifiuti/ terreno, leit motiv del «nuovo metodo investigativo» dell’ex Corpo Forestale dello Stato, ma usuale per qualsiasi discarica anche dei non-casalesi);
plastiche chimiche (perché esistono pure quelle non chimiche?) che bruciano sotto terra (ma la combustione non ha bisogno di ossigeno?);
popolazioni che rischiano una «mutazione cancerogena» (il classico messaggio allarmistico, tema già trattato da Stylo24);
fusti che fumano (i fusti, anzi, i bidoncini, perché quelli hanno trovato, essendo di metallo o di materiali plastici, di certo non fumano, soprattutto se sono vuoti ed arrugginiti come quelli ritrovati a Calvi Risorta visibili nel servizio);
amianto che brucia (l’amianto è ignifugo);- topi mutanti con super poteri che escono dalle fiamme (si saranno mangiati l’amianto?);
caratterizzazioni Arpac di rifiuti costituiti da «cumuli di indumenti e pezze» (siamo vicino Resina!);
il… berillio (sostanza naturale, che ve lo dico a fare),
acque sotterranee a rischio contaminazione sul Vesuvio (la falda acquifera è sotto centinaia di metri di lava: più facile si contamini il magma!);
analisi del sangue con la ricerca di PCB, contaminanti persistenti ormai ubiquitari e di cui non esistono limiti per i liquidi organici umani, ma solo per gli alimenti, per cui sarebbe curioso conoscere i limiti utilizzati a quali alimenti si riferiscano: carne bovina? suina? pollame? muscolo di pesce? e, poi, a che pro? sono cannibali? per tacere, per il rispetto che va portato al dolore vero di una mamma, del resto.
Un «amarcord» di trasmissioni in voga negli anni 2013-15, da Le Iene ad «inferno atomico», trasmissioni che hanno provocato il peggior danno che una terra possa subire: il danno di reputazione. All’epoca, quelle trasmissioni sollevarono vasto clamore, il programma di Iannacone è, invece, caduto nel silenzio. Un bravo giornalista sa scegliere i tempi delle notizie oltre, possibilmente, valutarne la veridicità.