“Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male.” Eduardo De Filippo.

di Francesca Esposito.

La superstizione è nell’immaginario di moltissime persone: si tratta di un qualcosa di irrazionale, secondo cui diversi oggetti o comportamenti possono influire su eventi futuri o situazioni attuali. Ad esempio non appoggiare il cappello sul letto, non aprire l’ombrello in casa, non passare sotto una scala, non proseguire sulla stessa strada dove un gatto nero ti ha appena tagliato la strada e tantissime altre.

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La visione della Chiesa riguardo questo tema è sempre stata assolutamente negativa e per gli scienziati è pura fantasia senza fondo di verità. Per diversi popoli, ma soprattutto per quello partenopeo, tutto ciò è invece un tratto distintivo, un modo di essere, una qualità piuttosto che un difetto. Esserlo, per molti, rientra tra le informazioni relative alle caratteristiche della propria Carta di identità, dove nella categoria segni particolari dovrebbe esserci “superstizioso”.

Molte volte le superstizioni erano viste come antidoti contro le sfortune, le invidie e le cattive premonizioni augurate da persone definite “Iettatori”, famosissimo è il cosiddetto “malocchio”.

‘O malocchio è la capacità o potere dello sguardo umano di procurare intenzionalmente danni alla persona interessata. Da un punto di vista fisico, i problemi causati dal malocchio possono essere: violenti mal di testa, vomito, nausea, depressione e cattivo umore e per scongiurare la fattura ricevuta ci si reca da donne anziane, le quali assicurano di possedere la capacità di scoprire se una persona è vittima del malocchio e di eliminarlo attraverso il rito dell’olio, recitando contemporaneamente a questa operazione le seguenti parole: «Aglie, fravaglie e fattura ca nun quaglie, ‘uocchie, maluocchie e frutticiell rind’ all’uocchie, corna, bicorna e la sfortuna nun ritorna, sciò sciò, ciucciuè». Rito tramandato di generazione in generazione e praticato ancora oggi da molti. E’ ancora molto utilizzata l’espressione: “l’uocchie sicc so peggio d”e re scupettate”. Insomma, è un gran guaio essere vittima di un malocchio!

Una tra le più temute superstizioni è “l’uoglio ca s’abbocc”. L’ansia di portare l’olio dalla credenza al tavolo, quel tragitto infinito che ti fa sudare anche nell’ inverno più freddo, con 5 gradi sotto 0. Chi non si è mai sentito dire la frase statt accort “all’uoglio”. L’olio sin dai tempi più antichi è considerato un alimento prezioso, ma soprattutto “faticato” e quindi non va sprecato, rovesciarne anche solo una goccia costituisce una disgrazia per tutti. La contro profezia consiste nel gettarsi del sale alle spalle o sempre con quest’ultimo disegnare una croce sull’olio versato.

I primi amuleti iniziano a sorgere nella Napoli del XVIII secolo, tra i quali ci sono: il ferro di cavallo, il gobbo, la corona d’aglio e soprattutto il corno.

Quest’ultimo è l’accessorio più rappresentativo della città. Non c è “vicariello”, casa o pizzeria che non abbia “o’ curniciello” esposto su una qualsiasi superficie. Rosso laccato, esposto come un trofeo, ma anche custodito come il più prezioso dei gioielli. Secondo l’antica tradizione per poter essere efficace deve avere determinate caratteristiche, ossia: artigianale,duro, vuoto, ricurvo e a punta. La sua magia ha effetto solo se questo viene regalato ed “attivato”, chiedendo alla persona che lo riceve in dono di aprire la mano sinistra , pungendo il palmo della stessa. A quel punto l’oggetto è pronto a portare fortuna!

La superstizione affonda le sue radici anche nella smorfia e, quindi, nel gioco del lotto. Secondo la tradizione le sue origini risalgono infatti a circa trecento anni fa, al 1734, in seguito a uno “storico” litigio tra il re di Napoli, Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco. A quell’epoca nel Regno delle due Sicilie, e soprattutto a Napoli, il gioco d’azzardo del lotto è particolarmente diffuso. Il re insiste nel volerlo rendere legale per poter così incassare i tanti soldi spesi dal popolo con le scommesse. Il frate, si oppone in modo molto deciso affermando che la legalizzazione del gioco avrebbe allontanato ancora di più i fedeli dalla preghiera e quindi dalla fede. In seguito a questa discussione ad avere la meglio è il re, trovando con il frate l’accordo che prevede una sospensione del gioco durante le festività natalizie. I novanta numeri del lotto verranno così messi dentro “panarielli” (cestini di vimini) diventando insieme alle cartelle con i numeri per tenere conto delle estrazioni, oggetti fondamentali per la “tombola”.

“A ciampa e cavallo”. Nelle case napoletane, il ferro di cavallo si tiene agganciato dietro la porta, necessariamente con le punte rivolte verso l’alto, altrimenti l’effetto protettivo è nullo. L’idea che questo oggetto porti bene, probabilmente, deriva dal fatto che durante la marcia a piedi dell’esercito romano le solo gli ufficiali possono proseguire il tragitto verso la meta stabilita a cavallo. Nel corso di questo cammino in seguito alla perdita di uno zoccolo si è costretti ad una sosta e quindi al riposo tanto atteso dopo il faticoso marciare. La perdita del ferro è una quindi vera fortuna per i soldati!

Molte volte tutto ciò non viene visto di buon occhio, per alcuni si tratta di ignoranza, per altri invece di antiche tradizioni da rispettare ad ogni costo. Resta impresso il pensiero del grande Eduardo in merito a questa complessa teoria, ma dopo tutto in medio stat virtus.