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di Giancarlo Tommasone

«Casillo mi parlò dell’interessamento di un certo Francesco Pazienza per la liberazione di Ciro Cirillo, e mi disse che questo Pazienza era una persona vicina all’onorevole Flaminio Piccoli».
La circostanza è stata ripetuta in un paio di occasioni da Raffaele Cutolo, nel corso dei processi seguiti al rapimento e alla liberazione dell’assessore regionale della Dc.

Durante una delle numerose udienze, quella che si tiene
a Napoli il 21 giugno del 1989, l’avvocato Paolo Trofino,
difensore di Cutolo, interroga il suo cliente.

«Casillo la informò che ci fu una riunione a cui partecipò Pazienza, ad Acerra?», chiede l’avvocato.
«Casillo me lo ha detto dopo che avvenne quella riunione; non mi ha spiegato granché di quell’incontro, mi disse soltanto che aveva rassicurato Francesco Pazienza circa la liberazione di Cirillo. In precedenza io avevo dato un telegramma a Casillo, inviatomi da tale Marcantonio, uno dei miei uomini che era in libertà. Lo diedi a Enzo (Casillo, ndr) e gli dissi: portalo a chi lo devi portare, Cirillo tra otto giorni è libero. Detto telegramma fu poi fatto vedere a Pazienza durante la riunione di Acerra».
«E’ vero che i Servizi o apparati dello Stato – durante la trattativa per la liberazione di Cirillo – permisero e di fatto organizzarono dei trasferimenti per portare dei detenuti ad Ascoli Piceno, dove si trovava Cutolo?», si chiede al boss di Ottaviano.
«Sissignore – risponde il fondatore della Nco – Erano soprattutto quelli dei Servizi militari (quelli del Sismi) a chiedermi se avessi bisogno di far trasferire qualcuno nel carcere in cui mi trovavo. Erano in grado, mi dissero, di portare lì, qualsiasi persona avessi voluto. Tutto ciò, naturalmente, era finalizzato a salvare la vita di Ciro Cirillo».

Alcuni trasferimenti ebbero comunque luogo.

Ma Cutolo avrebbe potuto chiedere anche il trasferimento di affiliati alla Nco, oppure soltanto di personaggi che avevano attinenza esclusiva con la trattativa Cirillo?
«Io chiesi un solo trasferimento – chiarisce Cutolo – Quello di un brigatista, tale Nicola Pellecchia, che era maltrattato a Pianosa e lo feci trasferire a Palmi. E questi signori (quelli degli apparati, ndr) acconsentirono e lo fecero trasferire nel carcere che avevo indicato».

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