TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA: CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT

di Giancarlo Tommasone

È il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio e in cella c’è un boss che sta maturando la decisione di collaborare con la giustizia. Si chiama Pasquale Galasso, nato a Poggiomarino nel 1955. Il primo step della «conversione» è effettuato attraverso il colloquio con il direttore del carcere di Spoleto, dove l’ex braccio destro di Carmine Alfieri era detenuto. Galasso era venuto a sapere, parlando con Michele D’Alessandro e Valentino Gionta (che si trovavano con lui nello stesso penitenziario, insieme a Pippo Calò) che uno degli obiettivi (i rappresentanti delle istituzioni) da colpire era proprio il direttore del carcere umbro. Da lì si organizza un incontro con due ufficiali della Dia.

«Ero intenzionato a collaborare, ma alla fine non fui preso nella dovuta considerazione anche perché alla Dia interessava che fornissi informazioni su armi ed esplosivi, trovandoci allora nel pieno della stagione delle stragi di mafia. E di tali informazioni, io, non ero in possesso», dichiara Galasso durante un’udienza del processo Gava (13 maggio del 1997).

Il pm Mancuso, allora, chiede all’ex capo camorra di Poggiomarino
in che modo si sviluppò l’iter per la sua futura collaborazione.

«Ci furono due incontri con i magistrati, a cavallo dei colloqui, il mio trasferimento dal carcere di Spoleto a quello di Bellizzi Irpino», racconta Galasso. «Quali furono le sue prime ammissioni?», chiede Mancuso.
«Parlai dell’organizzazione a grandi linee, feci i nomi di Alfieri e di Raffaele Boccia, mio compaesano e direttore dell’istituto scolastico “Settembrini”. Non feci però confessioni della mia partecipazione diretta al clan Alfieri, perché volevo prima toccare con mano l’efficacia delle misure che lo Stato avrebbe messo in atto per la tutela dei miei familiari».

All’inizio, dunque, Galasso è cauto, il suo racconto
è superficiale. Comincia a diventare più articolato,
solo dopo la cattura di Carmine Alfieri.

«Ebbi un ruolo fondamentale per far effettuare l’arresto di Alfieri, poiché indicai ai carabinieri dove si trovasse il posto in cui quest’ultimo si nascondeva». «Perché dette da subito indicazioni per far arrestare Alfieri?», chiede ancora il pubblico ministero. «Perché conoscevo la forza dell’organizzazione di cui facevo parte – risponde Galasso – che si traduceva anche con l’infiltrazione a ogni livello del tessuto sociale delle aree in cui vivevamo e mi riferisco, naturalmente, anche agli appoggi della politica. Mi sarei sentito molto più tranquillo riguardo all’incolumità dei miei familiari, se detta organizzazione non avesse latitanti, ma elementi assicurati alla giustizia».
Per tale motivo una volta che si concretizza l’arresto di Carmine Alfieri (11 settembre 1992), capo indiscusso dell’organizzazione, le accuse di Galasso diventeranno più circostanziate.

TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA: CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT