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di Giancarlo Tommasone

Si è più volte detto che la camorra non prese parte alla stagione delle stragi, quelle ordite dalla mafia e portate a compimento nel biennio 1992-1993. Obiettivi principi di Cosa Nostra erano considerati pezzi dello Stato, come furono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ma, è naturale, si voleva pure infondere il terrore, per addivenire,
prima di tutto alla cancellazione del regime del carcere duro.

Eppure, nonostante la camorra (per diversi motivi) fu esclusa dalla partecipazione finanche alle fasi iniziali della trattativa tra Stato e anti Stato, furono diverse le riunioni che, secondo alcuni collaboratori di giustizia, si svolsero in carcere, per attentare a «esponenti delle istituzioni».

Riunioni a cui parteciparono anche vertici delle organizzazioni malavitose campane. A renderne conto è tra gli altri, Pasquale Galasso, che nel ’92, prima del suo pentimento, fu trasferito dal carcere di Salerno a quello di Spoleto.
«Qui – dichiara Galasso nel corso di un’udienza del processo Gava, tenutasi a maggio del 1997 – si concentravano un po’ tutti i vertici della malavita campana e siciliana. Io spesso mi trovai a fare attività di passeggio insieme a Michele D’Alessandro, Valentino Gionta, ma anche a Pippo Calò».
Galasso era stato trasferito a Spoleto, perché, spiega, «lì concentravano la maggior parte dei capi camorra e io in quel periodo ero ritenuto vertice del clan Alfieri. Anche se già stavo maturando di collaborare con la giustizia».
Un’accelerata, in questo senso, si registra quando l’ex boss di Poggiomarino viene coinvolto in discorsi che hanno a che fare «con attentati contro rappresentanti delle istituzioni, da effettuare all’esterno del carcere».
«Ho partecipato – sottolinea Galasso – a questi discorsi, mio malgrado, anche perché venivo interpellato continuamente dagli altri capi camorra. Colloqui in tal senso avvenivano tra me, Michele D’Alessandro, Valentino Gionta e altri. Preciso che Gionta si trovava incarcerato insieme a me, e nello stesso padiglione erano incarcerati i suoi referenti, o meglio amici mafiosi, tra cui Pippo Calò».
«Appresi sia da D’Alessandro che da Gionta che Pippo Calò aveva dato l’ok per gli attentati contro esponenti dello Stato, ma poi, dopo il 7 agosto del 1992, quando furono confermate le misure (antimafia) emergenziali del momento, si effettuò una sorta di passo indietro», spiega Galasso.

Tra le persone ad essere finite nel mirino,
il direttore proprio del carcere di Spoleto.

A quest’ultimo chiede un incontro l’ex braccio destro di Carmine Alfieri. L’incontro avviene e in tale occasione, Galasso avverte il direttore «che stavano attentando alla sua persona e che doveva stare attento».

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