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di Giancarlo Tommasone

Per tutti gli anni Ottanta e per buona parte dei Novanta, il Vesuviano può essere considerato territorio sotto lo scacco della camorra, che infiltra, a tutti i livelli, il tessuto connettivo dei paesi disseminati nell’area sovrastata dal vulcano. La politica, da molti ritenuta il terminale di tale azione ne è anzi, spesso, il motore, l’apparato da cui propagano i dettami da far eseguire ai clan.

Sarà per questo, che successivo alla strutturazione,
lo step delle organizzazioni in campo è quello
di trovare uno sponsor da pagare a suon di voti.

Perché sfruttando i canali politici giusti si può essere informati su tutto e tutti e si può godere di una protezione importante, che porta, in certi casi, perfino a una sorta di «immunità».

Questo lo ha capito da tempo il gruppo capitanato da Carmine Alfieri, che, lo dicono le inchieste della magistratura e i verbali con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (primi su tutti quelli siglati dall’ex padrino di Saviano, ndr), si affida alla corrente dorotea della Dc, di cui nella zona è espressione Antonio Gava.
Durante una delle udienze del processo imbastito proprio per far luce sui presunti contatti tra Gava e la camorra, il pentito Pasquale Galasso fa emergere particolari inquietanti che si riferiscono all’inizio della propria collaborazione con la giustizia. Circostanze che bene descrivono come i clan fossero informati, a tutti i livelli, di quanto era avvenuto perfino nel corso dell’operazione concretizzatasi nella cattura di Carmine Alfieri (11 settembre del 1992).

A parlarne, interrogato dal pubblico ministero Mancuso,
è lo stesso Pasquale Galasso, nel corso
di una deposizione resa a maggio del 1997.

«Il giorno dopo l’arresto di Alfieri – racconta Galasso -, l’organizzazione di cui facevo parte all’epoca, era già stata informata circa il mio ruolo nella cattura del boss di Saviano (era stato lo stesso Galasso a indicare il covo di Alfieri). Un carabiniere che partecipò a detto arresto era colluso con la nostra organizzazione e quindi fornì tutti i dettagli dell’operazione».

Cominciano ad arrivare le pressioni.

«Luigi Moccia andò a trovare mio nipote Agostino Gaudino, a Poggiomarino, e gli disse che l’organizzazione era perfino a conoscenza del fatto che non solo mi trovassi nel mio paese (Poggiomarino, appunto) ma che fossi già sotto scorta dei carabinieri. Luigi Moccia lasciò un numero di cellulare, affinché lo contattassi perché si offriva come tramite per sanare la situazione e disse che voleva incontrarmi. Si offriva di aggiustare le cose con il clan, nel caso in cui avessi voluto interrompere il percorso che mi ero accinto a intraprendere come collaboratore di giustizia».

L’invito è rispedito al mittente, anche se Galasso,
una volta che si trova in località protetta, nel nord Italia,
contatterà detto numero di telefono.

«Parlai con lo stesso Luigi Moccia, che mi disse, nel caso avessi interrotto il mio percorso di collaborazione con la giustizia, che non sarebbe accaduto alcunché né a me, né ai miei familiari. Si faceva garante di ciò, anche in virtù dei vecchi rapporti di amicizia che mi legavano a Vincenzo Moccia. Mi disse inoltre che lui era in contatto con Ferdinando Cesarano e con Pino Cillari (imprenditore molto controverso ritenuto vicino ai servizi), che si trovavano a Roma e che era in grado di farmi recuperare circa 10 miliardi di lire che avevo investito in due operazioni: quella della Kursaal di Montecatini Terme e quella della casa cinematografica De Paolis ».

Nell’autunno del 1992, Galasso riesce dunque
a parlare direttamente con Cillari
(suo socio nell’affare De Paolis
in cui era stato investito un miliardo e mezzo di lire).

«Anche Pino (Cillari, ndr) mi invitò a fare un passo indietro, perché altrimenti, mi disse, mi sarei rovinato insieme alla mia famiglia e addirittura mi annunciò con largo anticipo che sarei stato arrestato. Cosa che effettivamente avvenne il 30 novembre del 1992, con l’esecuzione di una ordinanza emessa dalla Procura di Salerno», racconta Pasquale Galasso.

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