Un'immagine della strage di Via D'Amelio (foto di repertorio)

Durante il summit Cosa nostra chiese alla ’Ndrangheta di partecipare al progetto terroristico

Erano passati pochi giorni dalla strage di Via D’Amelio a Palermo (avvenuta il 19 luglio del 1992), quella in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 agenti della scorta del magistrato. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto di quello stesso anno, dunque, si tenne un summit presso un villaggio vacanze di Nicotera Marina (provincia di Vibo Valentia); nel corso della riunione Cosa nostra propose ufficialmente alla ’Ndrangheta, di affiancarla nel progetto stragista.

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La circostanza emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Pino (dichiarazioni allegate agli atti del processo ’Ndrangheta stragista, conclusosi la scorsa estate con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone). Il 9 dicembre del 2013, Pino fa mettere a verbale: «Circa l’incontro che si svolse dopo la strage di Via D’Amelio nel villaggio di Nicotera Marina, voglio innanzitutto dire che avvenne subito dopo la citata strage, tra fine luglio e inizio agosto del 1992. Il proprietario del villaggio era protetto da esponenti della ’Ndrangheta e quindi il luogo era ritenuto sicuro». «Mi mandarono a chiamare – continua il pentito – e andammo al villaggio. Qui oltre a me, c’erano, tra gli altri, anche Francesco Coco Trovato; il figlio di Paolo De Stefano, credo si chiami Giuseppe, genero di Coco Trovato; Luigi Mancuso; Antonino Pesce detto Nino».

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«Trovato e Pesce ci illustrarono la proposta che i Brusca avevano portato per conto di Totò Riina – racconta il collaboratore di giustizia –. Ci dissero che i siciliani avevano già iniziato a commettere le stragi e dicevano di volere un appoggio sull’attività stragista da parte nostra, anche perché le eventuali conseguenze negative della legislazione sarebbero ricadute anche su di noi». «In particolare – racconta ancora il pentito – chiedevano se noi fossimo disposti a commettere, da parte di chi ne aveva la maggiore possibilità, attentati ad obiettivi istituzionali, non per forza rivolti ad uccidere un numero indeterminato di persone ma certamente finalizzati a far capire che si trattava di attentati veri, in modo da procurare più terrore possibile e più danni possibili, ed eventualmente anche vittime».

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Ma cosa intendevano dire Trovato e Pesce quando parlavano di obiettivi istituzionali? «Ad esempio, obiettivi idonei potevano essere caserme o piccole stazioni dei carabinieri site nei paesi, o simili. La contropartita consisteva, come fu detto espressamente, nel cercare di ottenere vantaggi dallo Stato, come (in) una sorta di trattativa», spiega al magistrato che lo interroga, Francesco Pino.