Uno scorcio delle Vele di Scampia (foto di repertorio)

LA STORIA DELLA CAMORRA Il collaboratore di giustizia: io mi occupavo di cacciare dalle abitazioni chi aveva abbandonato il nostro gruppo  

Uno dei primi «passi» mossi dal clan Di Lauro, allo scoppio della faida di Scampia e Secondigliano, fu rappresentato dall’allontanare dai rioni controllati dalla cosca, i parenti degli Scissionisti. Relativamente alla circostanza, ha reso dichiarazioni anche il collaboratore di giustizia Antonio Prestieri (nipote degli ex boss Maurizio e Tommaso, quest’ultimo deceduto a novembre del 2020).

Le dichiarazioni del
collaboratore di giustizia
La controffensiva dei Di Lauro

Il 18 aprile del 2008, Prestieri fa mettere a verbale: «Nel periodo immediatamente successivo al duplice omicidio Montanino-Salierno, dovevo fronteggiare anche l’interventismo di mio zio Tommaso, che aderiva agli ordini provenienti da Cosimo Di Lauro di avere a disposizione al Rione Monterosa e in tutta Scampia, gruppi armati fedeli a Cosimo e a mio zio».

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«Ancora, mio zio (pure Tommaso Prestieri poi passerà a collaborare con la giustizia, ndr), attraverso un affiliato da poco scarcerato, imponeva a tutti i parenti degli Scissionisti di uscire dalle case che si trovavano nei Sette Palazzi», racconta il pentito. «Noi – continua Prestieri –, intendo io e miei due cugini, ci occupavamo dell’allontanamento degli altri affiliati agli Scissionisti, in particolare degli Abbinante nel Monterosa e degli Abete e dei Notturno dai Lotti TA e TB, semplicemente saldando la serratura delle porte».

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Ma l’azione di «bonifica» verso i nemici, non si ferma qui. «Successivamente altri affiliati dei Di Lauro operarono invece dei veri e propri saccheggi fino a giungere poi agli incendi», racconta il collaboratore di giustizia. Il «piromane» ufficiale è un tale Lino, «infatti quasi tutti gli incendi furono appiccati da quest’ultimo, solo pochi altri furono innescati da un mio cugino», spiega Antonio Prestieri.  Gli ordini naturalmente venivano da Cosimo Di Lauro, che già prima della scissione aveva preso il comando del clan; proprio la sua gestione estremamente accentratrice aveva provocato la reazione dei vecchi affiliati, che presero le armi contro il clan di Cupa dell’Arco.

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