La ragazza del pusher con la passione per le pistole (foto di repertorio)

DURANTE LA PRIMA FAIDA Quattro giovani intercettati al Terzo Mondo di Secondigliano discutono della «bellezza» dell’arma del capopiazza

«La vorrei tenere in mano la pistola, vederla da vicino», a parlare (intercettata) è una ragazza, che discute con una sua amica. Entrambe sono a bordo di un’auto insieme a due pusher, la vettura è sotto controllo da parte delle forze dell’ordine, attraverso una cimice installata nell’abitacolo. Siamo a Secondigliano, al Rione dei Fiori, più tristemente noto come Terzo Mondo. E’ il periodo della faida tra clan Di Lauro e Scissionisti e gli investigatori captano una conversazione che dà la cifra «del potere camorristico e del fascino che la malavita organizzata esercita sui giovani», è annotato in una informativa di polizia giudiziaria redatta nel 2005.

Tale Carmine, facendo sfoggio delle sue esperienze criminali, spiega alle ragazze, che glielo hanno chiesto, come si fa a riconoscere una pistola vera da una falsa. «E che ci vuole? – afferma – Te ne accorgi dal rumore quando la carichi. Quella a salve se la carichi, fa un rumore come di ferro. Invece quella vera, il rumore te lo scarica proprio, è un rumore “automatico”, senti un leggero “tic-tac”». «Ma voi – continua Carmine – che ne sapete? Io la so vedere se è vera o no».

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«Tu non lo sai – dice il pusher rivolgendosi a una delle giovani –. Sai chi ha una pistola vera, “a mostro proprio” (mostruosa, eccezionale, ndr)? Ce l’ha D. (il capopiazza, ndr). Tiene il manico in pelle bordeaux, sai che significa? E’ tutta così, è tanto lunga, vedi (e molto probabilmente, indica con le mani la misura dell’arma). Comunque quella pistola è un mostro, è veramente un mostro». «Guarda che comunque noi, qualche pistola l’abbiamo vista», dice una delle ragazze. Che poi si informa con l’amica: «Ma tu hai visto pure quella col manico bordeaux?». «Va bene, l’ho vista ma in mano no. Io proprio nelle mani la vorrei tenere», le viene risposto.