Brunoldi e Santoro sono ritornati in libreria con il romanzo chiude la trilogia dedicata al frate e alchimista Bonaventura da Iseo.

Brunoldi e Santoro sono ritornati in libreria con La profezia del tempio perduto. Il romanzo chiude la trilogia dedicata al frate e alchimista Bonaventura da Iseo. Si tratta di un personaggio storico realmente esistito a cui gli autori con la loro fantasia hanno attribuito le caratteristiche di un investigatore ante litteram. Abbiamo posto ad Antonio Santoro alcune domande.

Com’è nata la vostra trilogia?
Circa tre anni fa durante le nostre ricerche su san Francesco d’Assisi è emersa una figura singolare, Bonaventura da Iseo. Frate e alchimista, poi divenuto personaggio di spicco dell’ordine dei frati minori. Era tuttavia un uomo della cui vita si conosceva ben poco, ma quel poco era così interessante da solleticare la nostra curiosità e alimentare la nostra immaginazione. È stato l’insieme di questi fattori che ha fatto scattare in noi la scintilla per renderlo l’investigatore protagonista dei nostri tre romanzi. Sagacia, potente intuito e ferrea logica deduttiva sono le sue armi. Sin dal primo romanzo le sue indagini sono state legate a un’antica reliquia e un’oscura profezia sull’Anticristo. In questo terzo e ultimo romanzo della saga i nodi vengono al pettine e molti dei misteri lasciati ancora in sospeso sono finalmente rivelati al lettore. È stato un lungo e appassionante viaggio, innanzitutto per noi autori, che ci ha condotti prima in Italia e Francia, poi in Spagna, e infine in Palestina.

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Ci sembra di capire che la saga si concluda con questo romanzo?
È così, la missione di Bonaventura per sventare la profezia del sangue si è compiuta e così anche il ciclo narrativo di questi tre romanzi. Provo già una certa nostalgia nel dirlo, ma credo che, almeno per qualche tempo, il nostro caro frate cesserà di sussurrarci all’orecchio le sue avventure.

Perché avete scelto Acri e Gerusalemme per ambientare gran parte del romanzo?
Era la conclusione inevitabile per una trilogia legata alla figura di Cristo e alla Sacra Sindone. Tornare nel luogo in cui tutto ha avuto inizio. Siamo nel 1220 e due grandi città del tempo fanno da sfondo ai fatti. La prima è Acri. È tra le sue strade e i suoi palazzi che Bonaventura scoprirà il segreto di un antico manoscritto, La profezia del sangue. A seguito della caduta di Gerusalemme, Acri era divenuta la capitale del regno gerosolimitano e quindi della cristianità latina in Oriente. Era il centro di potere della celebre provincia d’Oltremare, un luogo in cui gli ordini dei monaci guerrieri come Templari, Ospitalieri e Teutonici avevano posto il loro quartier generale, contendendosi la supremazia senza risparmiarsi astuzie e inganni. Nella città si parlano molte lingue diverse. Franchi, Genovesi, Veneziani vi hanno i loro quartieri e si disputano quotidianamente l’egemonia dei ricchi traffici delle rotte d’Oriente. Tra le sue strade omicidi e altri delitti proliferano senza sosta e i soprusi sono all’ordine del giorno. Tuttavia è la città dove anche i fratelli di Francesco hanno stabilito la sede della loro provincia d’Oltremare per portare la parola di Cristo persino agli infedeli. Questa città dalle mille tensioni e contraddizioni è in un certo senso un altro protagonista del romanzo. Possiamo dire infatti che questo terzo romanzo storico è un thriller urbano, dove l’azione e il mistero si incrociano nelle strade della città e nelle stanze dei suoi palazzi per svelare l’enigma che si cela dietro alcuni feroci delitti.

Che valore ha la Città Santa nel libro?
Gerusalemme è la città santa per eccellenza, direi. Tra le sue mura si trovano alcuni dei luoghi più sacri alle tre grandi religioni del monoteismo e questo la rendeva in un certo senso l’unico posto possibile per chiudere la nostra trilogia. È qui che si svolge l’ultimo scontro tra il nostro eroe e la setta oscura che da tempo congiura per propiziare l’avvento dell’Anticristo. Il nostro compito come narratori era restituire all’interno delle vicende l’emozione dei grandi luoghi sacri: come la chiesa del Santo Sepolcro, il Tempio della Roccia, la spianata della moschea.

Come sempre nei vostri romanzi personaggi storici incrociano altri di pura invenzione, come mai?
Credo che si possa definire quasi come un canone del genere Thriller Storico. Prendendo a esempio un grande maestro del genere come Ken Follett, possiamo dire che nei suoi romanzi i personaggi storici restituiscono lo spirito del tempo, mentre quelli di pura invenzione sono il cuore della storia, quelli con cui ci possiamo identificare sentendo sulla nostra pelle le loro emozioni. Credo che questa sia una regola osservata più o meno da tutti gli autori di questo genere letterario.

Che difficoltà si trova nel mescolare i due mondi?
Penso che sia la cosa più difficile. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra realtà e finzione. Occorre creare uno sfondo storico realistico dove i grandi eventi, gli usi e i costumi del tempo siano restituiti con esattezza, ma nel farlo non si deve essere pedanti. Noi siamo narratori: il nostro compito è far vivere avventure che diano emozioni o suscitino riflessioni. È necessario che uno o più temi arrivino al cuore e al cervello del lettore.

A questo proposito che cosa possiamo trovare tra le pagine di questo libro?
Tutto quello che ci sta più a cuore come autori: l’incontro-scontro tra culture, la tensione verso il trascendente, gli ideali di verità e giustizia, tutto il ventaglio delle umane passioni. Ma ne ce ne sono molti altri tra cui il desiderio di redenzione, il rapporto tra scienza e fede, e ovviamente Il tema del viaggio spirituale, centrale nel Medioevo. I lettori sono i nostri amici più cari, quindi doniamo loro solo le cose più preziose.

Che influenza ha avuto la pandemia sul vostro romanzo?
L’uscita è stata posticipata di alcuni mesi. Speriamo di poter contribuire al ritorno alla normalità. Abbiamo tutti bisogno di buone storie che ci facciano evadere dalla tristezza di questi tempi.

Progetti per il prossimo futuro?
Stiamo lavorando a un paio di nuove storie. Sono sempre di ambientazione medievale, anche se si svolgono in anni diversi da quelli che abbiano già descritto. Possiamo dire che abbiamo appena intrapreso un nuovo viaggio di cui conosciamo la rotta, ma speriamo che la navigazione ci riservi belle sorprese. Credo che debba essere sempre così per un buon narratore: avere le idee chiare, ma anche abbandonarsi allo stupore dell’inaspettato.