L'arresto di Cosimo Di Lauro nel Terzo Mondo
L'arresto di Cosimo Di Lauro nel Rione 'Terzo Mondo'

LA STORIA DELLA CAMORRA La lista nera stilata all’inizio della faida con gli Scissionisti

Il nome di una donna era finito da subito in cima alla lista nera di Cosimo Di Lauro, all’epoca reggente dell’omonimo clan. Alla guida della cosca di Cupa dell’Arco era stato messo direttamente dal padre Paolo (alias Ciruzzo ’o milionario), ben prima che iniziasse la faida che per lungo tempo, a partire dall’autunno del 2004, insanguinò la periferia nord di Napoli e la cintura settentrionale dei comuni immediatamente a ridosso del capoluogo partenopeo.

La donna da eliminare era la moglie di Arcangelo Abete, tra i capi degli Scissionisti e indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio di Fulvio Montanino, fedelissimo di Cosimo. Il delitto Montanino (insieme a lui fu ucciso anche lo zio, Claudio Salierno, ndr) viene consumato il 28 ottobre del 2004 ed è considerato come quello che dà la stura alle ostilità armate tra clan Di Lauro e Scissionisti. Accecato dal dolore e dalla rabbia per la perdita del suo luogotenente più fidato (elemento operativo principe del sodalizio), Cosimo cova vendetta e si convince che la migliore strategia da attuare in quel momento, è quella di colpire le donne dei capi «separatisti». Della circostanza rendiconta il collaboratore di giustizia Antonio Prestieri (nipote degli ex boss Maurizio e Tommaso, quest’ultimo deceduto lo scorso novembre).

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La preparazione del delitto
/ Lo scissionista pentito:
4 agguati per uccidere

il fedelissimo dei Di Lauro

Il 18 aprile del 2008, Prestieri fa mettere a verbale: «Dopo l’omicidio di Montanino ero combattuto se prendere parte allo scontro armato o continuare a temporeggiare (…) Di contro vi era mio cugino che era in piena sintonia con Cosimo Di Lauro, nel senso che egli da subito, avrebbe voluto partecipare a qualche agguato nei confronti degli Scissionisti».

Il retroscena / «Per continuare a vendicarsi,
dopo averlo ucciso si fidanzò con la vedova»

«In prima battuta – rivela ai pm, Prestieri – Cosimo voleva che noi uccidessimo la moglie di Arcangelo Abete. Cosimo riteneva di aver individuato una strategia vincente: colpire le donne dei capi scissionisti avrebbe indebolito la decisione di questi ultimi di proseguire nell’attacco al clan Di Lauro».

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Differente era, invece, su questo versante, la posizione del collaboratore di giustizia, allora tra i capi delle fazioni rimaste fedeli al clan Di Lauro. Lo spiega lui stesso agli inquirenti: «Io, viceversa, feci ragionare mio cugino, non contrastando direttamente Cosimo Di Lauro – che al momento era particolarmente irragionevole –, sul fatto che non solo quello di uccidere le donne  degli affiliati ai clan, era un comportamento non compatibile neanche con le ragioni di una faida, ma soprattutto era perdente dal punto di vista logico». Secondo Prestieri, infatti, «i soggetti colpiti si sarebbero sentiti in dovere di vendicarsi e magari avrebbero colpito le nostre donne». «Tale ragionamento fu condiviso da mio cugino e così salvammo la moglie di Arcangelo Abete», dichiara il collaboratore di giustizia.

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