Il racconto in esclusiva per Stylo24 di una testimone oculare dell’attentato

di Klara Murnau

Quando sono arrivata in questa città tre anni fa, la prima cosa che ho scoperto è stato il grande orgoglio, sia di autoctoni e non, riguardo la sua pulizia, ma soprattutto la sua sicurezza.
Anche dopo qualche critica: – Si, magari è un po’ noiosa, un po’ ingessata, ancora attaccata ad una borghesia vetusta – il seguito della frase finiva sempre con un retorico: – Però sai, Vienna è sicura, da anni al primo posto della classifica delle città più vivibili al mondo!
Ed io proprio pochi giorni fa, parlando con i miei vicini di casa, una famiglia Russa, mi sono ritrovata ad asserire:

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Beh, non sarà vivace come l’Italia, affascinante come la Francia (mia seconda casa) ma onestamente Vienna è tanto sicura.

Ieri 2 Novembre 2020, poche ore prima dell’inizio del lockdown indetto dal Governo austriaco, abbiamo deciso di uscire per cena, dico noi perché eravamo io, il mio compagno viennese ed il mio cane.
Abitiamo in centro, quindi ci siamo diretti nel vero cuore della Capitale, passeggiando per le vie semivuote che si aprivano su una fiumana di persone felici di brindare e cenare fuori per l’ultima volta in un mese, nei vari ristoranti che si dispiegano nell’area tra il Goldenen Quartier ed il Quartiere Ebraico.

Alcuni locali, già chiusi in previsione della quarantena, lasciavano gli altri, i più gettonati, presi d’assalto dai cittadini affamati di socialità ancora per una sera.
Vista l’impossibilità di entrare in un qualsiasi ristorante, ho chiesto di dirigerci verso il quartiere della Sinagoga, centro nevralgico per giovani e pieno deliziosi angoli.

Erano circa le 20.15, ed in quel momento tutto era già iniziato, ma la città ancora non realizzava. Continuavo ignara camminando per le stradine che portano a Judenplatz, a scattare foto e fare video, postandoli sui social media.
Sapete, ci sono due possibilità per arrivare in quel punto da quella che era la nostra posizione, passare per la via davanti Schwedenplatz, accanto alla Sinagoga centrale, o girare per un’altra strada leggermente più lunga, e noi optammo stranamente per la seconda.

Ci fermiamo in un ristorante italiano in cui non eravamo mai stati, accanto al monumento delle vittime dell’Olocausto, in una piazza che mi ha sempre affascinato, non solo per l’obiettiva bellezza, ma anche per il singolare fatto di risultare sempre vuota, come congelata nel tempo. Il cameriere, un uomo di mezza età che parlava in uno stentato ma dolce italiano ci fa accomodare, ed io chiedo di cambiare tavolo per stare più esterna, e potermi godere la vista.

Stavamo per ordinare quando accadde.

Davanti a me inizio a scorgere come un’onda di persone in movimento, dapprima composte, una sorta di effetto domino umano, che inizia a riversarsi verso di noi, verso l’entrata del ristorante. Solo dopo è arrivato il rumore. Metallico.
Non riuscivo a capire se fosse il rumore delle sedie e tavoli che si rovesciavano o qualcosa di diverso, più sordo.
Mi dirigo verso la porta, ma la gente nel panico trascinava con sé le sedie ostacolando l’entrata. Irrazionalmente ho iniziato a spostarle prendendole a due mani, per evitare che le persone nel panico si facessero male.
Parlavano in tedesco e non capivo esattamente. Il mio compagno rimasto indietro con il cane, restava a distanza, cercando di proteggere il cucciolo dalla calca.

Lì una ragazza mi è venuta incontro all’improvviso urlando: “They are yelling Allahu Akbar.

Ed in un nano secondo ho realizzato che la sicura, safe, die sichere Stadt, era stata attaccata.
Il cameriere italiano mi urla in faccia disperato :“Ma cosa succede!” cosa succede!” io lo spingo dentro le porte senza rispondere. Faccio in tempo a vedere la squadra speciale della polizia arrivare compatta, come nei film di guerra.

Tutto questo è avvenuto in una manciata di secondi.

Eravamo dentro finalmente. Luci spente.

Tutti parlavano in dialetto stretto, qualcuno in tedesco puro.

Sascha cercava di dirmi l’essenziale.

Due ragazze tremavano e piangevano dietro il balcone della cassa.

Io le ho guardate e ho detto, non sicura che mi capissero: “Don’t cry, you will sleep in your bed tonight”. Mi sono sentita sciocca, ma ho pensato fosse adeguato.

Mi sono tornate in mente tutte le cose che mio padre da bambina e poi ragazza mi ha insegnato riguardo agli attentati. Come agire, come comportarmi. Cercavo di ricordarmi i suoi manuali militari.

Su Twitter scorrevano immagini crude. Un uomo vestito di bianco ed armato pesantemente, sparava a caso sui passati, nella via adiacente alla nostra.

Una macchia di sangue all’entrata del ristorante a 50 metri da noi.

La polizia irrompe nel locale con il mitragliatore in mano, un faretto sulla testa.

Parlano in tedesco. Poi inglese. Chiedono di non muoverci dal luogo. Di chiuderci dentro.

– Soprattutto di non postare foto sui social media della nostra posizione, così mi affretto a cancellare tutte le immagini che avevo caricato poco prima online, testimoni dell’attimo precedente a quello Tsunami, quando Vienna, tronfia della sua sicurezza lussureggiava placida.

Ci rassicurano dichiarando che torneranno a verificare che tutto sia ok.

Le persone annuiscono nel buio. Qualcuno singhiozza, altri chiedono da bere.

Sascha domanda un bicchiere di vino, lo seguono altri uomini.

Lui ha già vissuto il terrore in prima persona, ad Istanbul nel 2016, quindi cerca di parlare e distrarre le persone.

Io continuo a leggere le notizie che sembrano dire tutto ed il contrario di tutto: parlano di ostaggi, poi no. Di un attacco suicida, poi no. Il numero di feriti e morti non è chiaro.

È certo solo che l’uomo freddato a colpi di arma da fuoco, con la colpa di essere stato nel momento sbagliato nel posto sbagliato, è troppo vicino a dove ci troviamo.

Prendono di mira ristoranti e luoghi affollati, forse attacco antisemita, forse no.
Nel dubbio toglietevi la Kippah ed il Gartel, la polizia dice che dobbiamo stare dentro seduti, possibilmente al buio.

Dopo 2 ore, le luci si accendono, le persone nascoste nella cantina del locale risalgono su, ci servono qualcosa da mangiare. Da bere. Qualcuno sorride, accarezza il mio cane, che è rimasto tranquillo ed in un angolo tutto il tempo.

Torna la polizia armata. Ci dicono che non è ancora finita.

Solo a mezzanotte e mezza ci danno la possibilità di andare: “A vostro rischio e pericolo, senza fermarvi dritti alla vostra casa.” aggiungono.

Gli altri restano dentro, ma Sascha decide di uscire. “Andiamo” dice.

Una coppia di bei uomini eleganti con il bicchiere di vino in mano mi si rivolgono: “Non è ancora sicuro la fuori. Ma se andate spero di rivedervi.

Rispondo con un sorriso e annuisco.

Usciamo. Un ragazzo della squadra speciale, nella piazza davanti al museo ebraico, mi osserva per un momento, scambia qualche parola in tedesco con Sascha che prende per un tratto il cane in braccio per essere più veloce.

Io osservo quegli occhi giovanissimi e gli dico: “Danke. Stay safe.

Please, you too” risponde dolcemente.

La città è deserta. Alcune persone aprono timidamente la porta dei locali dove si nascondevano, ed iniziano piano ad uscire, per poi accelerare il passo.

Ci sono tanks della polizia e dei reparti speciali ovunque. Elicotteri.

Dicono che non si è mai visto un impiego delle forze armate così massivo in un attacco europeo.

La città è blindata. Ci impediscono di passare in alcune direzioni.

Continuano a cercare i probabili fuggitivi. 

Al Graben, noto per terra acqua e lembi di tessuto. Hanno preso degli indiziati. Fatti spogliare in strada per scongiurare il pericolo bomba.
Ho visto le foto della scena su Twitter, scattate dal ristorante al secondo piano che rivolge il suo sguardo su quella sontuosa piazza.

Arriviamo a casa, seguendo l’indicazione dell’esercito che ci intimava di fare presto.

Ora scrivo questa mia la mattina dopo, dalla terrazza del mio appartamento.

Sirene ed elicotteri continuano la loro ricerca, non si sono mai fermati nelle ultime 10 ore.

Il primo ministro ha chiesto alla popolazione di non uscire ancora di casa, le scuole oggi sono state chiuse.

Stamane, come non mai, riscopro il valore del fato.

Potevamo scegliere due vie, e abbiamo preso quella giusta, la strada che mi ha permesso poi di tornare a casa mia, in quella che era fino a ieri, una delle Città più sicure al mondo.

Klara Murnau, Capo Detective dell’agenzia investigativa internazionale Europol,  è un Detective Privato allattivo da 15 anni specializzato in antispionaggio industriale ed indagini sotto copertura. Nata a Cagliari e cresciuta a Roma da madre italiana e padre Australiano, Klara ha studiato intelligence sui manuali militari della Base Aeronautica Americana McDill a Tampa, in Florida. Dopo un lungo periodo a Milano ed in Svizzera, oggi si divide tra Austria ed il resto del mondo.

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