I due boss nemici, Raffaele Cutolo e Mario Fabbrocino

La confidenza (intercettata) fatta da un boss della Nuova famiglia a un sodale

Il boss del clan Fabbrocino, «confinato» in Lombardia da una misura cautelare, si sfoga con un sodale, sottolineando come ormai, anche il gruppo criminale che per anni si è trovato a «reggere», può considerarsi sciolto, «non esiste più». Per tale motivo, ogni affiliato «può arrangiarsi come meglio crede… ognuno è padrone di fare quello che vuole». Nel corso della conversazione intercettata dagli 007 dell’Antimafia, e finita agli atti in una delle inchieste prodotte contro la cosca di San Giuseppe Vesuviano, il camorrista parla al suo interlocutore dei propri trascorsi di malavita, e delle insidie vissute durante la guerra combattuta tra la Nco di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia, di cui lui stesso era componente, trovandosi a far parte del «direttivo».

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Con tono a metà, tra l’amaro e il malinconico, il boss afferma: «Questa è la vita, ringraziando Dio, stiamo ancora parlando qua. Abbiamo vissuto una vita. Uno dice che la sigaretta ti uccide. Ma noi abbiamo campato con la morte addosso tutti i giorni, sempre a pensare alla morte, e uno pensa alla sigaretta che ti uccide». «L’importante è che nessuno ha avuto mai la soddisfazione di metterti la pistola alla gola», continua il camorrista. Che nel corso della stessa conversazione non lesina le critiche nei confronti di alcuni affiliati considerati dei veri e propri «accattoni». Questi ultimi sono accusati di aver realizzato reati estorsivi sfruttando l’appartenenza al sodalizio criminale (quello dei Fabbrocino) senza dividere gli introiti provenienti dall’attività illecita con i componenti dell’organizzazione.

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