(Nelle foto Salvatore Romano, Alessandro Giannelli e Gennaro Carra)

Il super pentito del “sistema” pianurese svela la richiesta di aiuto del clan di Cavalleggeri alla mala del rione Traiano: «Genny Carra rimase senza parole»

di Luigi Nicolosi

Le schegge impazzite di Cavalleggeri d’Aosta. Che i Giannelli avessero una certa, spiccata propensione verso il crimine è purtroppo un fatto noto. Il ras Alessandro “Schwarz”, almeno fino al momento del suo arresto per racket, è stato una delle figure più temibile e fuori controllo dell’intero scacchiere di mala di Napoli Ovest. Anche il padre Giuseppe, però, stando a quanto riferito dal super pentito Salvatore Romano, non sarebbe stato da meno. In particolare, dopo il tentato omicidio del nipote Giuseppe, avvenuto nell’estate del 2016, il “patriarca” del clan sarebbe stato pronto a mettere a ferro fuoco l’intero quartiere. Un’aggressività tale da lasciare interdetto persino l’allora boss del rione Traiano, Gennaro Carra, uno dei massimi esponenti del clan Cutolo, che affermò: «Ma questo è proprio cattivo, chi si crede di essere, Totò Riina, il figlio già ci stava facendo prendere l’ergastolo».

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A riferire l’inedito retroscena è Salvatore Romano, ex boss del clan Mele di Pianura, gruppo di camorra a lungo in affari sia con i Giannelli di Cavalleggeri che con i Cutolo del rione Traiano. La circostanza è stata rivelata nel corso del lungo interrogatorio al quale Romano, alias “muoll muoll”, è stato sottoposto il 28 dicembre del 2017 a proposito dell’omicidio di Rodolfo Zinco “’o gemello”, un delitto per il quale si trova attualmente sotto indagine anche Alessandro Giannelli: «Quando fu sparato il figlio di Alessandro Giannelli – ha messo a verbale il pentito – Giuseppe Giannelli, padre di Alessandro, si recò presso la “44” e disse che bisognava immediatamente rispondere a questo fatto e vendicare il nipote e poiché lui non aveva nessuno in quanto suo figlio Alessandro si trovava in carcere, aveva bisogno dell’aiuto di quelli della “44”. Ricordo che quando si presentò Giuseppe Giannelli eravamo presenti io, Pasquale Esposito, Domenico Cotena e Vincenzo Mele e c’era anche qualcuno dei Ricci dei Quartieri Spagnoli».

La richiesta sarebbe stata dunque avanza nel corso di un vero e proprio summit di camorra: una riunione alla quale stavano prendendo parte anche i massimi vertici del clan Cutolo, tra cui Carra, che all’epoca non era ancora passato tra le fila dei collaboratori di giustizia. Proprio l’ex ras di via Catone, stando a quanto riferito da Romano, non nascose il proprio stupore per le parole di Giannelli senior: «Alla richiesta di Giuseppe Giannelli di vendicare il nipote e dopo che lo stesso era andato via, ricordo che Genni Carra disse “ma questo è proprio cattivo, chi si crede di essere, Totò Riina, il figlio già ci stava facendo prendere l’ergastolo”. Da tale affermazione io cappi che si riferiva all’omicidio Zinco». La questione si risolse per fortuna dopo breve tempo e senza ulteriori spargimenti di sangue. I responsabili del tentato omicidio di Giannelli junior furono infatti arrestati e in seguito condannati. Il delitto maturò, sì, in un contesto criminale, ma il movente del raid non era di stampo prettamente camorristico. Il “rampollo”, come emerso anche dalle indagini, si è del resto sempre tenuto alla larga dagli affari malavitosi del padre.

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