venerdì, Ottobre 7, 2022
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La furia del boss Rinaldi: «Tutti i Mazzarella dovevano morire, “’o pirata” era nel mirino»

L’ex killer Tommaso Schisa è uno tsunami e accusa il capo della «46» di San Giovanni a Teduccio: «Salvatore D’Amico andava sempre alle panchine, lo avremmo ucciso davanti casa sua»

di Luigi Nicolosi

La furia cieca del boss era pronta a compiere una strage: «Tutti quelli del clan Mazzarella dovevano morire». E per questo motivo, dopo aver già orchestrato diverse stese e agguati, decise di alzare ulteriormente il tiro eliminando il ras rivale Salvatore D’Amico “’o pirata”, capo della zona di via Nuova Villa di San Giovanni a Teduccio. Parola dell’ex killer Tommaso Schisa, oggi collaboratore di giustizia, che senza tanti giri di parole ha deciso di puntare il dito contro il suo ex “dominus”, il capoclan Ciro Rinaldi “mauè”.

L’inquietante retroscena è stato svelato da Schisa nell’interrogatorio al quale è stato sottoposto il 26 settembre del 2019. Proprio quel lungo verbale rappresenta oggi uno punti cardine dell’ordinanza di custodia cautelare che all’alba di ieri, con l’esecuzione di ben 37 arresti, ha decimato ancora una volta il cartello Rinaldi-Reale-Minichini. Incalzato dagli interrogativi del pubblico ministero della Dda, Schisa ha quindi fornito un’ampia ricostruzione della faida che fino al 2016 ha avvelenato la periferia est di Napoli: «Lo scopo di Ciro Rinaldi era quello di uccidere tutti quelli che facevano parte del clan Mazzarella. Sono andato con Michele Minichini alla “46” e abbiamo incontrato Ciro Rinaldi che stava con Sergiolino e “’o pop”. Parlammo dell’omicidio De Bernardo e gli dicemmo che anche omissis Ciro Rinaldi ci disse che si doveva uccidere».

Ricostruito il contesto e il momento in cui conobbe il boss del rione Villa, Tommaso Schisa entra dunque nel merito del delitto eccellente che il clan avrebbe dovuto compiere di lì a breve: «Successivamente ho incontrato personalmente Ciro Rinaldi e ne abbiamo riparlato. Lui mi disse che aveva anche un altro progetto, cioè l’omicidio di D’Amico “il pirata”. Si doveva commettere fuori casa sua, perché lui si metteva sempre fuori alla panchina». Nel piano criminale voluto dalla “46” si sarebbe a più riprese inserito anche il giovane killer Michele Minichini, esponente di punta della storica famiglia di mala di Ponticelli: «Minichini – ha ricordato Schisa – mi disse che avevano provato molte volte ma non ci erano riusciti, tanto che lui pensava che qualcuno dei Rinaldi lo avvisasse. Minichini sospettava di “Sergiolino”. Michele Minichini ci ha riprovato con Vincenza Maione, mia madre. Vincenza Maione andava a vedere se il pirata si trovava fuori sulla panchina, anche lei voleva che fosse ucciso e ha partecipato alle organizzazioni degli agguati. Sono andati a sparare più volte dal pirata. Minichini personalmente ma non so se da solo o con qualcuno».

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