La fornitura di carne per tenersi buoni l'affiliato detenuto e la sua famiglia (immagine generica, di repertorio)

Le «attenzioni» del clan per evitare nuovi pentimenti all’interno dell’organizzazione criminale

Anche una fornitura di carne, durante un periodo non proprio felice né semplice, può rappresentare una attenzione fondamentale, da rivolgere a chi si «deve tenere buono». E’ quanto emerge da una serie di conversazioni intercettate nell’ambito di una inchiesta effettuata su un potente clan del Vesuviano. Uno dei vecchi affiliati all’organizzazione è finito in carcere, e si teme che possa cedere a eventuali «sirene» dello Stato. C’è la possibilità che possa pentirsi e cominciare a collaborare con gli inquirenti.

Per tale motivo, la famiglia dell’uomo, va «trattata con i guanti bianchi, stiamoci attenti», afferma uno dei «comparielli» incaricato di provvedere al sostentamento del detenuto e dei suoi parenti. «Non ti dimenticare di portare la carne e le altre cose (altri generi alimentari, ndr) alla moglie di quello», avverte il marito nel corso di una telefonata, una donna. «E chi se lo dimentica. Però, io là non ci voglio andare, adesso la carne gliela faccio portare da qualcun altro. Va a finire che stanno le guardie, loro lo sanno che là abita (quello) e mi portano (mi arrestano) pure a me», le spiega il marito.

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Da una intercettazione – è riportato nero su bianco, in una informativa di polizia giudiziaria – si evince pure «che i fondi per provvedere al sostentamento degli affiliati erano tratti dall’attività estorsiva;  viene precisato che l’organizzazione si era prodigata affinché uno degli affiliati, sebbene detenuto, fosse formalmente assunto presso una determinata azienda (appare fin troppo evidente che l’instaurazione del rapporto di lavoro era dipeso esclusivamente dall’intervento intimidatorio dell’organizzazione)».

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