Il capoclan intercettato mentre spiega alla domestica di essere il proprietario occulto della società

Una finta assunzione, presso l’azienda intestata a un prestanome, ma di fatto riconducibile al boss. E’ questo l’escamotage per permettere al reggente del clan Fabbrocino, di bypassare le restrizioni dettate dalla misura cautelare, alla quale è sottoposto, e di lasciare la casa lavoro per recarsi nella ditta in cui risulta occupato. La circostanza emerge dalle indagini condotte nei confronti dell’organizzazione di San Giuseppe Vesuviano, che – secondo i riscontri investigativi – aveva allungato i tentacoli anche in Lombardia (in provincia di Brescia e di Bergamo).

Qui erano state aperte alcune filiali di una società che si occupava del confezionamento, della distribuzione, e della vendita (all’ingrosso e al dettaglio) di articoli di abbigliamento. Fondamentale per ricostruire il quadro della situazione, è stata l’attività di intelligence, svolta attraverso pedinamenti, intercettazioni telefoniche, e in ambientale.

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La regia dell’operazione – emerge da una informativa di polizia giudiziaria – è del boss, che dà disposizioni al prestanome, affinché questi provveda a siglare con la sua firma, i relativi contratti (sia quelli che hanno a che fare con la gestione dell’azienda, sia quelli di assunzione). Per lasciare la casa lavoro, quindi, il reggente fa preparare la documentazione necessaria, così da risultare impiegato presso la ditta, della quale è invece titolare occulto. A tradirsi – dimostrando tra l’altro, molta leggerezza – è lo stesso esponente apicale della cosca.

Si trova nella sua abitazione di Brescia (siamo a febbraio del 2009), quando parlando con la domestica, il capoclan le confida di essere lui, il vero proprietario dei negozi gestiti dalla società in cui lo stesso figura come mero dipendente. Non sa il boss, che l’appartamento è monitorato dagli 007 dell’Antimafia (che hanno riempito la casa di «cimici»), e le sue parole finiscono per essere intercettate.