domenica, Luglio 3, 2022
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La faida della Torretta e l’agguato sfumato: «Alfano vivo solo grazie alla Licciardi e ad Ammendola»

L’ex killer del clan Piccirillo rivela il piano di morte per eliminare il re della camorra vomerese: «Giovanni Cesarano e Antonio Prota erano pronti ad appoggiarci»

Le manette e l’intervento di alcuni dei massimi esponenti dell’Alleanza di Secondigliano potrebbero aver salvato la vita al boss Giovanni Alfano. Sul finire degli anni Novanta l’indiscusso re della camorra vomerese era finito nel mirino della mala della Torretta di Chiaia, pronta a eliminarlo da un momento all’altro. Tutto era pronto, o quasi, per il suo assassinio. Il piano di morte non sarebbe però andato a buon fine in seguito allo stop ordinato dai vertici del super cartello con base tra Secondigliano e l’Arenaccia. Se il ras Alfano oggi è ancora in vita lo deve quindi, tra gli altri, ai capiclan Maria Licciardi, sponda Masseria Cardone, e Giuseppe Ammendola, sponda clan Contini. Parola dell’ex killer della Torretta, Gennaro Panzuto.

La circostanza è stata messa a verbale dal collaboratore di giustizia nell’interrogatorio al quale è stato sottoposto il 17 marzo del 2008. Quel documento inedito rappresenta oggi uno dei pilastri del provvedimento cautelare che poche settimane fa si è abbattuto sulla testa di Maria Licciardi “’a peccerella: «Tramite Antonio Prota – ha spiegato il pentito – abbiamo organizzato numerosi incontri con i vertici dei Licciardi, allorché noi del clan Piccirillo volevamo organizzare l’omicidio di Giovanni Alfano per il quale era necessario il via libera da parte dei Licciardi, che erano alleati. In particolare vi era una forte amicizia e alleanza tra Alfano e Pierino Licciardi, fratello di Gennaro». La volontà sanguinaria dei ras di Chiaia, quartiere nel quale Alfano si era tra l’altro da qualche tempo trasferito, finì però ben presto per andare in frantumi.

E il motivo è stato lo stesso Panzuto a spiegarlo nel corso dell’interrogatorio: «C’era una frangia dei Licciardi che si opponeva fermamente a questo omicidio, tra cui Maria Licciardi che parlava tramite il marito James (Antonio Teghemie) e Giuseppe Ammendola, mentre Giovanni Cesarano e Antonio Prota erano favorevoli al nostro progetto, anche per appoggiarci. Il problema fu poi risolto dall’arresto di Alfano, avvenuto dopo l’omicidio di Silvia Ruotolo». Nel 1997, infatti, l’allora indiscusso ras vomerese finì in carcere con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio dell’innocente Ruotolo: un delitto atroce, il cui vero obiettivo avrebbe dovuto essere l’emergente ras scissionista Luigi Cimmino. 

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