La sala colloqui di un carcere (foto di repertorio)

La conversazione intercettata in carcere, tra il reggente di un potente clan dell’hinterland napoletano e sua moglie

Il reggente di un potente clan del Vesuviano finisce in galera, perché gli hanno trovato una pistola nel giardino di casa. «La mia è stata una mossa stupida», ammette, intercettato, mentre parla con la moglie nella sala colloqui del carcere di Poggioreale. Con la donna, il boss discute pure della linea che dovrà adottare il difensore per cercare di fargli ottenere i domiciliari. «Tu devi dire all’avvocato – afferma il camorrista – che io, la pistola ce l’avevo per difendermi. Non per portarla fuori ma per difendermi. Questo deve dire al magistrato». A supporto della linea, il malavitoso invita la consorte a produrre quelle che indica come prove. «Tu gli devi far vedere la maniglia rotta della porta là dietro, la denuncia del telefonino e della macchina», spiega il boss, per avallare la tesi relativa al fatto che la pistola servisse per difendersi dai ladri. I coniugi pensano pure di fornire quella che indicano come prova madre, un filmato estrapolato dalle telecamere a circuito chiuso installate a protezione della loro casa, ma poi riflettono sulla circostanza che il sistema di allarme dell’abitazione non ha memoria e che quindi non possono risalire alle registrazioni. Non possono, dunque, documentare l’accesso o il tentativo di furto da parte di qualche malintenzionato, azione che giustifichi la detenzione di una pistola per difendersi dai ladri. La conversazione intercettata, finirà poi in una informativa di polizia giudiziaria, colonna portante di una inchiesta che porterà il camorrista a essere rinviato a giudizio e condannato per reati ben più gravi di quello per cui era stato arrestato.