sabato, Agosto 13, 2022
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La Corte Costituzionale conferma il tetto agli stipendi avvocati dello Stato

Le propine concorrono al raggiungimento dei 240.000 euro lordi annui

di Fabrizio Geremicca

Federico Vigoriti, Avvocato dello Stato di lungo corso presso la sede di Napoli, nonché Commendatore al Merito della Repubblica, perde la sua battaglia contro le norme che computano ai fini del conseguimento del tetto stipendiale di 240.000 euro lordi annui per i dipendenti della pubblica amministrazione (corrispondenti al trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione) i proventi provenienti dalla liquidazione ai difensori dello Stato delle spese di lite del privato soccombente in giudizio.

Le cosiddette propine, una premialità la quale va ad aggiungersi allo stipendio tabellare. La Corte Costituzionale ha infatti ritenuto che le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Consiglio di Stato in merito all’articolo 9 del decreto legge 90 del 2014 ed all’articolo 23 ter del decreto legge del 6 dicembre 2011, entrambi poi convertiti in legge, non siano fondate.

I giudici amministrativi avevano chiesto nel 2020 con sentenza non definitiva il pronunciamento della Consulta nell’ambito della vertenza che Vigoriti aveva mosso prima dinanzi al Tar (dove era stato sconfitto) e poi al Consiglio di Stato contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere l’annullamento delle norme che hanno determinato il contenimento dei guadagni degli Avvocati dello Stato.

Vigoriti aveva chiesto ai giudici amministrativi di condannare lo Stato al risarcimento

In via subordinata aveva chiesto ai giudici amministrativi di condannare lo Stato al risarcimento del danno «da inadempimento dell’obbligo di pagamento, ovvero dal ritardo nella conclusione del procedimento amministrativo». Il Consiglio di Stato aveva investito della questione la Consulta perché sosteneva che i soldi delle propine non gravassero sul bilancio dello Stato, ma sulle tasche del privato soccombente. Non dovrebbero dunque essere conteggiati nel tetto retributivo dei 240.000 euro, che fu introdotto circa otto anni fa ai fini del contrenimento della spesa pubblica.

Obiettano i magistrati della Corte Costituzionale: «Va invece osservato che la condanna al pagamento delle spese di lite è fatta dal giudice a favore della parte – che è quindi titolare del diritto di credito al relativo pagamento nei confronti della controparte soccombente – e non del suo difensore. Nella specie, la parte non è l’Avvocatura dello Stato, bensì l’amministrazione pubblica da essa patrocinata la quale, se vittoriosa, ha diritto al rimborso delle spese legali nei confronti del soccombente. Una parte di queste (il 75 per cento) è poi ripartita tra gli avvocati e i procuratori dello Stato, come componente retributiva aggiuntiva legata agli emolumenti per il riscosso. Questi emolumenti, quindi, sono indubbiamente a carico delle finanze pubbliche».

Non è la prima volta che la Consulta si è pronunciata sulle norme che hanno posto un limite ai compensi degli Avvocati dello Stato. La sentenza numero 236 del 2017, per esempio, ha sancito che è costituzionalmente legittimo che solo una percentuale delle spese che il privato soccombente versa allo Stato siano poi girate da quest’ultimo ai suoi avvocati.

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