venerdì, Agosto 12, 2022
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La confessione dell’ex boss: «Io, affiliato a 13 anni per la faida di Napoli Est»

Il super pentito Umberto D’Amico ricostruisce la scia di sangue iniziata con l’omicidio di Patrizio Reale e rivela:«Era mio zio Salvatore a darmi le armi»

di Luigi Nicolosi

Una sorta di enfant prodige della camorra. È così che Umberto D’Amico, alias “’o lione”, neppure adolescente si sarebbe ritrovato tra le fila del temibile clan Mazzarella-D’Amico a ricoprire ruoli tutt’altro che secondari: «Sono entrato a far parte del clan D’Amico da piccolo a tredici anni e lavoravo per mio zio Gennaro occupandomi di tutto, di droga ma anche di azioni di fuoco. Del clan D’Amico fanno parte Gennaro D’Amico, Luigi e Salvatore, capi storici».

Sono state queste le primissime dichiarazioni messe a verbale da Umberto D’Amico nel corso dell’interrogatorio al quale è stato sottoposto l’8 luglio 2019, pochi giorni dopo la sua decisione di iniziare a collaborare con la giustizia. In quel frante D’Amico, oltre a confessare il proprio coinvolgimento nell’omicidio di Luigi Mignano, il cosiddetto “delitto dello zainetto”, ha parlato di innumerevoli altri fatti di sangue, tra cui l’omicidio di Patrizio Reale, i cui sicari sono stati assicurati alla giustizia poche settimane fa.

Rispondendo alle domande dei pubblici ministeri della Dda di Napoli l’ex ras e killer di San Giovanni ha così parlato dei propri esordi nella cosca, avvenuti ad appena tredici anni, e molto altro: «Posso riferire in ordine alle stese di via Ravello (contro il clan Rinaldi, ndr) per alcune delle quali sono il mandante. Sulle armi ritrovate dal meccanico, in particolare la Tanfoglio e la bomba con il telecomando. Erano armi mie personali che mi furono date da Salvatore D’Amico. Il meccanico non lo sapeva perché il blindato aveva il doppione delle chiavi e le nascondeva nella Smart che si trovava nell’officina. Il meccanico chiudeva alle 16 e da quell’ora potevamo gestirla noi. Altre armi sono nascoste in un palazzo nei pressi di quello di mia nonna in via Nuova Villa in un appartamento al primo piano».

Stando a quanto riferito da “’o lione”, la cosca avrebbe dunque avuto la disponibilità di un vero e proprio arsenale per combattere la faida di San Giovanni a Teduccio: «Si tratta – ha spiegato D’Amico in merito al nascondiglio – di un palazzo abbandonato del quale mio zio Salvatore si era fatto dare le chiavi. Vi abita solo una vecchietta all’ultimo piano. Lì si trovano un kalashnikov, due bombe, una 357 magnum e le munizioni. Le detenevo io ma Giovanni Salomone lo sa e non so se le abbia spostate. Sul lastrico di Gennaro Improta Giovanni Salomone appoggiava sempre le armi».

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