di Giancarlo Tommasone

Sono svariate le attività che la camorra continua a portare avanti fuori regione. A confermarlo, il resoconto semestrale (luglio-dicembre 2017) contenuto nella relazione del ministro dell’Interno al Parlamento, sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia. I settori su cui investono i clan campani sono «la ristorazione, il commercio di capi di abbigliamento, gli investimenti immobiliari, la gestione di impianti di distribuzione di carburante, il gioco e le scommesse illegali, la commercializzazione di beni contraffatti e (naturalmente) lo spaccio di droga». Oltre a dette attività, si rileva anche la circostanza che i camorristi latitanti sempre più spesso si rifugino fuori regione, dove possono contare su appoggi e adeguate coperture.

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Fondamentale, invece, per quanto riguarda il business, l’azione dei «colletti bianchi», quasi sempre autoctoni e inseriti in «segmenti» economici strategici, tali da consentire ai clan di continuare a chiudere affari che fruttano entrate importanti. Fuori dalla Campania, la maggiore presenza di affiliati alla camorra e relative attività, è stata rilevata (nel periodo considerato) in cinque regioni: Lazio, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Veneto.

Il territorio laziale, anche in virtù del fatto che è confinante con la Campania, rappresenta da sempre quello più interessato dalle infiltrazioni di cosche nostrane.

Basti pensare ad esempio a Edoardo Contini, non per niente conosciuto come ‘o romano, oppure al clan Mariano dei Quartieri Spagnoli, che per molto tempo hanno mosso i passi nella Capitale. La relazione riporta due episodi relativi al 2017: Il 26 luglio, a Ronciglione (Viterbo), è stato arrestato Giuseppe Simioli, elemento apicale del clan Polverino; a ottobre, i carabinieri hanno eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di 18 componenti di un’organizzazione dedita al narcotraffico, con base operativa a Roma, in zona Borghesiana.

Il gruppo era gestito da due fratelli originari di Torre del Greco.

Nelle Marche si evince la presenza di personaggi riconducibili ai clan Iovine e Graziano, inseriti in gruppi specializzati nell’affare degli stupefacenti. La droga viene fatta arrivare dalla Campania attraverso il porto di Ancona. Degno di nota, l’arresto avvenuto il 25 luglio 2017, a Grottammare (Ascoli Piceno), di un affiliato alla cosca dei Di Lauro di Secondigliano.

L’arresto del boss Paolo Di Lauro (settembre 2005)

Spostandoci in Toscana, le organizzazioni camorristiche sono presenti «in maniera eterogenea sul territorio regionale, con insediamenti in provincia di Grosseto ed in Versilia (soprattutto Casalesi), nonché nella provincia di Prato». Tra le province di Prato e Pistoia, nel novembre scorso, la Dia di Firenze ha eseguito il sequestro «di diversi immobili e aziende, nonché disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di oltre un milione di euro».

I beni sono risultati essere riconducibili ad un pluripregiudicato di Torre del Greco, referente in Toscana del clan Birra-iacomino di Ercolano.

A settembre 2017, invece, una indagine della polizia ha evidenziato le attività di reinvestimento di capitali del clan Mallardo in Toscana, Abruzzo, Molise e Puglia. Secondo le risultanze investigative, «il principale artefice delle operazioni di reimpiego era il cognato di uno dei capi del clan Mallardo di Giugliano».

Nel secondo semestre del 2017, in Emilia Romagna viene smantellato un «sodalizio» dedito al riciclaggio per conto di diversi clan. Un gruppo di «colletti bianchi» che curava gli interessi di cosche originarie di diverse zone della Campania. Per Napoli e provincia, i gruppi Mallardo, Puca, Aversano, Verde, Di Lauro, Amato-Pagano. Per Caserta, il clan Perfetto.

Nell’ambito dell’operazione è stato eseguito il sequestro di un patrimonio, composto da immobili, società commerciali, veicoli, conti correnti, del valore di circa 600 milioni di euro.

Il patrimonio era distribuito tra Campania, Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio e Sardegna. In questo caso, sospettato di agire col compito di avvisare le cosche, nel momento in cui venissero attivate indagini bancarie, il direttore di un istituto di credito di Bologna.

Il boss Giuseppe Polverino subito dopo la sua estradizione dalla Spagna

Anche il Veneto, infine, si conferma regione in cui, negli ultimi anni, sono state riscontrate presenze di referenti di gruppi campani, in particolare del clan dei Casalesi. Registrate attività illecite soprattutto «nella costituzione di società per il recupero di crediti, nella distribuzione di generi alimentari (con truffe a clienti e fornitori) e nella commercializzazione di prodotti con marchi contraffatti.

Sono stati, poi, riscontrati interessi criminali di sodalizi provenienti
dalla provincia di Napoli in attività di reinvestimento
di capitali (clan Mallardo)».

Il Veneto, come altre regioni d’Italia, viene inoltre «sfruttato» dai latitanti per sfuggire alla legge. a Thiene (Vicenza), il 25 agosto scorso, è stata arrestata una donna originaria di Acerra, risultata implicata in un traffico internazionale di stupefacenti dall’Ecuador.