Pasquale Legora de Feo

Porto di Napoli, continua lo scontro a distanza tra Pasquale Legora de Feo (ad Conateco) e Ancip

Negli ultimi giorni, al centro della discussione è finito il lavoro portuale. In particolare, la questione della fornitura di manodopera temporanea, che l’articolo 17 della legge 84/94 – in deroga alla disciplina generale in materia – riserva a un unico soggetto per ogni scalo marittimo (che viene individuato mediante gara o procedura ad evidenza pubblica). Sulla questione è intervenuto anche Pasquale Legora de Feo, presidente di Conftrasporto Campania e ad Conateco: «Esprimo compiacimento per le reazioni suscitate dalle mie parole che evidentemente hanno toccato un nervo scoperto: la scomposta ed affannata reazione della categoria (mi riferisco alle imprese di manodopera portuale, e in particolare a Culp) comprova senza ombra di dubbio che l’argomento merita di essere affrontato senza pregiudizi e spazzando finalmente via retaggi ideologici che potevano avere una giustificazione quando, quasi trent’anni fa, fu emanata la legge di riforma portuale e bisognava salvaguardare anche le posizioni dei lavoratori di quelle che erano state le vecchie compagnie portuali. A ciò va aggiunto che con la massiccia diffusione del carico stivato nei container, sono state annacquate le esigenze di specializzazione spinta dei lavoratori portuali».

La nota di Ancip (associazione di categoria
delle imprese fornitrici di manodopera portuale)

Alle dichiarazioni rese di recente da Legora de Feo, è seguita una nota congiunta dei rappresentanti della manodopera portuale, che hanno accusato l’ad Conateco di «approssimativa conoscenza della legge 84/94». Al riguardo, Legora de Feo, ha risposto: «Se dopo decenni di attività nel settore portuale non conoscessi a menadito la principale norma che regola le attività dei porti, mi dovrei veramente preoccupare. Attraverso il mio intervento, risulta ben chiaro che esprimevo delle opinioni e degli auspici rivolti a future riforme finalizzate al recupero della competitività dei porti e dei suoi operatori».

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Ma cosa ha tenuto a sottolineare l’Ancip (associazione di categoria delle imprese fornitrici di manodopera portuale), attraverso la nota? Essenzialmente che, non vi sarebbe necessità di compresenza di più soggetti fornitori, in quanto dovrebbero tutti applicare la medesima tariffa – predeterminata dall’Adsp -, mentre si ridurrebbe, a seguito del frazionamento degli organici, la qualità del servizio offerto alle imprese.

«L’argomentazione della tariffa è anche inesatta, in quanto le autorità non impongono le tariffe, ma individuano (oggi in sede di gara) criteri di calcolo che hanno valenza di tariffa di riferimento massima, derogabile con accordi con gli operatori. E’ evidente che, in presenza di unico soggetto autorizzato, questi non abbia nessun interesse, se non forse in casi eccezionali, di ridurre i livelli tariffari», ha affermato Legora de Feo. E questo, ha continuato l’ad Conateco, «porta ad eccessi quali quelli che viviamo a Napoli, dove un turno di lavoro di un socio della Culp costa quasi il doppio di quello di un dipendente di un’impresa portuale che pure applica in pieno, e non potrebbe essere diversamente, lo stesso Ccnl dei lavoratori dei porti. E c’è di più: un costo del lavoro che andrebbe rivisto, lo ritroviamo anche all’interno della stessa Autorità di controllo sulle imprese portuali. E’ fallace pure l’argomentazione sulla riduzione della qualità del servizio, in quanto anche le imprese fornitrici di manodopera, così come le imprese portuali regolate dall’articolo 16 della medesima legge 84, potrebbero essere autorizzate ad operare solo possedendo i stringenti requisiti richiesti dai regolamenti emanati dalle Autorità di sistema».

Le accuse: «Aree portuali quasi
totalmente asservite in concessione»

C’è un passaggio nella già citata nota (diffusa dalle imprese di manodopera portuale), in cui si parla di «aree portuali quasi totalmente asservite in concessione». Tale situazione, secondo chi ha prodotto il comunicato, impedirebbero l’accesso al porto di altri imprenditori che, «potrebbero arricchire» lo scalo partenopeo.

A tal riguardo, Legora de Feo ha dichiarato: «Mi sembra un argomento buttato lì per distogliere l’attenzione dal tema principale, che è di rilevanza nazionale: chi conosce il porto di Napoli sa che ha una morfologia particolare, circondato totalmente dalla città e con spazi utilizzabili, giocoforza, limitati. Pur tuttavia vi è una rilevante pluralità di concessionari in vari settori merceologici. Ed un rilevante numero di imprese portuali, sanamente concorrenti tra di loro: guarda caso, l’unico monopolio è quello della fornitura di manodopera temporanea. Inoltre non mi sembra che la situazione del porto impedisca la crescita dei traffici, che anche in questo delicatissimo frangente, hanno retto ed in alcuni casi sono ulteriormente cresciuti, garantendo la filiera dei traffici dei beni essenziali durante il lockdown».

Questione autoproduzione

Nell’ambito della discussione a distanza è finita anche la questione autoproduzione. A tal riguardo, è stata fatta balenare l’ipotesi che il tema del lavoro temporaneo sia stato messo sul tavolo per fornire una sorta di assist alle compagnie di navigazione, che spingerebbero per lo svolgimento in autoproduzione di alcuni servizi di sbarco.

Circostanza ipotetica dalla quale Legora de Feo ha preso le distanze: «Non so come sia stato ipotizzato questo collegamento, forse è un altro tentativo di spostare il tema della discussione.Quello all’autoproduzione è addirittura un diritto generale, sancito dall’articolo 9 della legge 287/90 in materia di antitrust, e garantito anche in presenza di situazioni di monopolio statale. Questo diritto generale trova applicazione anche per quanto riguarda le operazioni portuali per effetto della specifica previsione dell’articolo 16, comma 4, lettera d, della già citata legge 84/94».