L’episodio emerge dalla intercettazione di una conversazione che avviene tra un elemento di spicco del clan Fabbrocino e un affiliato

L’affiliato «incapace» vanta un «credito» (ma per gli inquirenti si tratta di una estorsione) di 4mila euro nei confronti del titolare di una concessionaria di auto usate, ma quando avanza la richiesta, per riscuotere, viene picchiato. Che fare? Si rivolge ai figli del boss, e questi mettono le cose a posto, solo con la propria presenza. L’episodio emerge dalla intercettazione di un dialogo che avviene tra un esponente di primo piano del clan Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano, Domenico C., e un suo sodale (a giugno del 2007). La trascrizione della conversazione captata, finirà in una informativa di polizia giudiziaria, redatta sulla cosca fondata da Mario Fabbrocino (deceduto nell’aprile del 2019). «A fronte del mancato pagamento, per ottenere soddisfazione, l’affiliato si precipita dai figli (del boss), i quali organizzano una sorta di spedizione punitiva con un gruppo composto da 5/6 persone», annotano gli inquirenti. L’intervento dei figli di Domenico, alla fine, sortisce l’effetto sperato, l’imprenditore si decide a pagare.

Leggi anche / “Che impressione quei boss
con la coppola e i vestiti da vecchi paesani”

La vicenda – commentano gli investigatori nell’informativa – è «estremamente significativa perché conferma quanto sia grande la forza d’intimidazione di Domenico C., anche quando agiscono i figli di costui. Infatti, per come è stato raccontato l’episodio, non pare che i due ragazzi siano stati costretti all’uso della forza fisica con l’imprenditore, il quale, probabilmente minacciato solo verbalmente, o più semplicemente intimorito dalla figura dei figli del boss, ha garantito loro il pagamento del dovuto senza batter ciglio».

ad
Il pentito / «Il clan Fabbrocino comprava
le pistole a tamburo a El Dorado, in Kansas»

Altrettanto significativi, secondo gli inquirenti, sono i giudizi negativi che le due persone intercettate, esprimono nei confronti dell’affiliato. Sia il boss che il suo sodale, infatti, «si trovano d’accordo nel ritenere che (l’affiliato) abbia sbagliato ad avvalersi dei figli di Domenico, perché avrebbe dovuto usare direttamente le armi». «Perché non ha preso la pistola e gliel’ha data in testa (all’imprenditore)?», argomentano i due. Dal dialogo emerge una figura da «guappo di cartone», relativamente all’affiliato «senza spina dorsale», uno considerato tutto apparenza, e sostanza zero. «Quello (l’affiliato) viene giudicato malamente dalla gente, si mette il rigo di gesso (abito da gangster, ndr), si dà i pugni in petto, e poi va a chiamare i figli miei (per recuperare un credito)», afferma il boss.