Carmine Alfieri e Pasquale Galasso

Lo ha dichiarato Pasquale Galasso: così dovevamo morire per mano della mia ex organizzazione

di Giancarlo Tommasone

Un attacco dal cielo per sbarazzarsi di un collaboratore di giustizia, che stava svelando i segreti dell’organizzazione camorristica nella quale aveva militato per anni. Poi, a partire dal 1992, per Pasquale Galasso, una volta boss di Poggiomarino ed ex delfino del padrino Carmine Alfieri (che percorrerà la stessa strada di Galasso, ndr), comincia il percorso del «pentimento», che lo porta a raccontare nei dettagli anni e anni di attività illecite, di omicidi e di intrighi camorristici.

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Il 18 novembre del 1997, nel corso del controinterrogatorio, il legale di un imputato, domanda a Galasso: «Lei ha detto che venne a sapere che (un informatore) aveva riferito a (un capitano dei carabinieri) che l’associazione l’aveva individuato presso l’Ergife Hotel. Lei dice che era stato avvertito “dalla mia scorta e dal capitano Sergio Pascali”, a chi si riferisce esplicitamente quando parla della sua scorta?». «Ai componenti di quella scorta», risponde il collaborante, che entra maggiormente nei dettagli. «All’epoca c’erano, se ricordo bene – continua il pentito –, Pragliola, il maresciallo Vergara, il sovraintendente Scarpato, il sovraintendente Esposito, e qualche altro, ma io ricordo questo episodio specifico, perché successe un fatto specifico».

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«Una notte – racconta Galasso – il capitano Pascali si è portato presso l’abitazione (di un informatore), in quanto (questi) l’aveva contattato per riferirgli che ci avevano localizzato prima all’hotel Summit di Roma e poi all’hotel Ergife e che la nostra organizzazione addirittura voleva attentarci con degli elicotteri, un elicottero. Questo mi fu riferito dal capitano Pascali».

La domanda di Galasso al caposcorta

«Gli domandai pure se la nostra organizzazione (quella di cui avevo fatto parte, ndr) fosse in possesso o potesse essere in possesso di un elicottero per attentarci. Ricordo che quella notte fui trasferito da subito in un’altra località senza la presenza del capitano Pascali, quando io dissi ai componenti della scorta dove si trovasse il mio caposcorta, mi fu riferito che era andato da un confidente, da una persona che gli doveva far sapere un fatto che aveva a che fare con la nostra sicurezza», afferma Pasquale Galasso.