L'arresto di Mario Fabbrocino, scovato dagli agenti della Dia in Sudamerica il 3 settembre del 1997. Il boss è deceduto il 23 aprile del 2019

L’intercettazione di due affiliati che lavorano al piano per la «liberazione» del padrino

di Giancarlo Tommasone

Da una informativa di polizia giudiziaria, spina dorsale di una inchiesta effettuata sui clan dell’area nolana, emerge una circostanza inquietante: il progetto per far evadere dal carcere il boss Mario Fabbrocino (deceduto nell’aprile del 2019). Fabbrocino fu arrestato l’ultima volta il 14 agosto del 2005, dopo un breve periodo di latitanza. Si era allontanato nell’aprile di quello stesso anno, da San Gennaro Vesuviano, sottraendosi agli obblighi della libertà vigilata. Con il vertice del clan dietro le sbarre, l’organizzazione da lui fondata, affronta per anni, non poche difficoltà, sia dal punto di vista prettamente strutturale, che di equilibri interni. Il 16 giugno del 2009, gli investigatori dell’Antimafia captano una interessante conversazione, grazie alle microspie installate nell’abitacolo di una vettura, a bordo della quale ci sono due esponenti apicali della compagine malavitosa. Oltre a discutere di «affari» e della necessità di serrare i ranghi, i due parlano anche di un progetto per la liberazione del boss.

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«Commentano la situazione processuale di Mario Fabbrocino – è scritto nell’informativa di polizia giudiziaria – progettando di organizzare la sua evasione. Uno degli interlocutori suggerisce di organizzare un agguato in grande stile nella struttura ospedaliera dove Mario Fabbrocino, dovrebbe farsi ricoverare». «Mi dispiace per compà Mario (Fabbrocino, ndr), lo ha fatto incastrare mani e piedi…», afferma una delle persone intercettate. «Comunque, ti dico una cosa: compà Mario sta carcerato e non lo fanno uscire. Si dovrebbe fare una cosa… di farlo ricoverare in un ospedale… si fa un assalto». Stando al contenuto della conversazione in oggetto, c’è pure, chi – all’interno dello stesso clan e naturalmente in posizione di vertice – potrebbe opporsi al progetto per la «liberazione» di Fabbrocino. «Non lo fa fare (si oppone al progetto, ndr). E sai perché? Dice: perché dovete rischiare? (…) Mario tiene fortuna, ma questa volta, porca miseria, la revisione (del processo, ndr) è andata indietro, hai capito? Adesso deve andare un’altra volta in Cassazione», argomenta uno dei sodali. Che però non demorde: «Dobbiamo vedere quello che… (si deve fare)». Il piano per far evadere il boss, alla fine, non fu messo in pratica.