La ditta imponeva (dietro l’intimidazione della cosca) i prodotti a imprenditori del Vesuviano

Anche la moglie e la figlia «avevano diritto a lavorare», per tale motivo, un camorrista, affiliato al clan Fabbrocino, in occasione delle festività natalizie, imponeva alle vittime dei gadget pubblicitari, prodotti dalle donne della sua famiglia. Lo faceva – si evince da una informativa di polizia giudiziaria redatta sulla cosca di San Giuseppe Vesuviano – «in concorso con soggetti non identificati, con violenza e minaccia consistita nell’avvalersi della forza intimidatrice derivante dalla loro notoria appartenenza all’organizzazione criminale». E imponendo ai «clienti» (le vittime) l’acquisto di prodotti di scarsissima qualità. «Prodotti – è sottolineato nell’informativa – di scarso valore commerciale e di alcuna utilità (penne-agende-calendari, ecc.) per un importo complessivamente ammontante (per ogni fornitura) a 670 euro».

In occasione delle festività natalizie

In realtà, il valore dei gadget avrebbe potuto attestarsi al massimo su un centinaio di euro. La cosa singolare, argomentano gli inquirenti, è che l’attività di moglie e figlia del camorrista, era stata aperta proprio per dare alle donne una possibilità di lavorare, ma sarebbe stato solo grazie alle intimidazioni, che poi si «chiudevano» i contratti. Quindi l’unica parvenza di attività legale che poteva emanare dalla ditta a conduzione familiare, «andava in fumo quando a chiedere la sottoscrizione dei contratti erano di fatto persone affiliate al clan Fabbrocino».

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