La pagina "commemorativa" del giovane assassino del metronotte Francesco Della Corte

di Giancarlo Tommasone

I post si fermano al 2015. Il profilo Facebook che fino a qualche giorno fa, vale a dire prima del fermo del titolare, rilasciava pubblicazioni quasi quotidiane, è stato ora sostituito da un «necrologio virtuale». Una ‘pagina’ in memoria, un account commemorativo, lo definisce il social creato da Mark Zuckerberg. Si tratta del profilo del fu K. A., sedici anni, arrestato lo scorso 17 marzo insieme al 15enne L. C. e al 17enne C. U. per l’omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte. Perché il 16enne è morto, ma è morto per Facebook, su Facebook.

La vittima, Francesco Della Corte

«In memoria di K. A. Speriamo che le persone che amano K. troveranno conforto nel visitare il suo profilo per ricordare lui e la sua vita», la frase dell’epitaffio inciso sulla foto di copertina. E’ qualcosa che dà i brividi e aggiunge orrore a una storia che non smette di dispensarne dalla notte di quel fatidico tre di marzo, quando il gruppetto formato dai ragazzini di Piscinola, quelli col cuore tinto, ha aggredito alle spalle, a colpi di bastone, il vigilante Francesco Della Corte, lo ha lasciato con un buco in testa nel tentativo fallito di portagli via la pistola.

Due dei tre arrestati per l’omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte

La guardia giurata, padre di famiglia, lavoratore di 51 anni, è spirato, per davvero e non su Facebook, nella notte a cavallo tra giovedì e venerdì scorsi. K. è vivo, menomale, basta tragedie, una persona uccisa e tre giovanissimi assassini sono più che sufficienti. Ci chiediamo però chi abbia potuto far morire l’identità multimediale del 16enne. Sicuramente sarà un suo familiare o un amico, indicato come contatto erede. Si tratta, è spiegato alla voce ‘gestisci account’ inserita nei profili Facebook, «di una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare. Questa persona sarà in grado di compiere alcune azioni, tra cui fissare un post in alto sul tuo diario, rispondere a nuove richieste di amicizia e aggiornare la tua immagine del profilo. Non sarà in grado di creare nuovi post a nome tuo o vedere i tuoi messaggi».

Uno dei ragazzini indagati per il delitto di Piscinola

Non si sa se il ‘testamento’ sia avvenuto prima o se qualcuno, un familiare o un amico abbia ricevuto in qualche modo le ultime volontà social del ragazzo, oppure sia riuscito semplicemente ad entrare nel profilo di K. A. e l’abbia reso una ‘pagina’ in memoria. E poi perché pubblicizzare la sua morte multimediale? Perché specificare che ormai il ragazzino non c’è più? Vergogna? Desiderio da parte dei familiari di essere lasciati in pace? Di restare al buio, perché è troppa la tragedia da sopportare? Non sarebbe bastato allora cancellare il profilo, come pure è stato fatto per quello di L. C., il 15enne del gruppo?

Tutto ciò appare come un atto di tenerezza nei confronti di K. A., alquanto fuori luogo. Gesto ancor più surreale e irrispettoso della memoria di un morto vero, assassinato, se la richiesta del profilo in memoria sia arrivata proprio dal 16enne, che, in carcere, è stato dipinto in lacrime e distrutto dal dolore per quanto aveva commesso. I social sono pericolosi, bypassano il pathos. E allora accade che sul diario del terzo componente della banda di Piscinola continuino a comparire messaggi di solidarietà per i tre arrestati.

Messaggi di solidarietà su Fb per i mostri di Piscinola

Una bambina, avrà forse 13 anni, condivide sul suo profilo la foto degli assassini rei confessi, quella che li presenta col volto oscurato, e gli augura «una presta libertà». L’orrore continua per una vicenda, che è destinata a emanarne molto e molto altro, per parecchio tempo ancora. Perché l’inferno alberga nei cuori, più spesso che nella periferia malata, argomento del discutere e scusa dei professionisti della sociologia.