(Nella foto il "rampollo" Mario Ascione)

Terremoto nella mala di Ercolano, la Corte di appello ribalta il verdetto di primo grado e il figlio del capoclan Raffaele torna di nuovo a piede libero

di Luigi Nicolosi

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Le accuse di ben quattro pentiti non sono bastate ad assicurarne le permanenza in carcere. Il processo di secondo grado chiamato a fare luce sul duplice omicidio di Luigi Boccia e Pasquale Maiorano, esponenti del clan Birra di Ercolano assassinati nel 2005, si conclude con un clamoroso nulla di fatto. Dopo la condanna a 16 anni rimediata in primo grado, il giovane ras Mario Ascione, figlio del capoclan Raffaele, ha infatti ottenuto l’inattesa assoluzione. I colpo di scena non sono però finiti qui. Il rampollo della camorra ercolanese, non essendo già detenuto per altro, da ieri è tornato a piede libero. Un verdetto, quello emesso dalla Corte di appello del tribunale minorile di Napoli, destinato ad avere pesanti ripercussioni sugli equilibri di mala dell’hinterland orientale.

Sulla testa di Mario Ascione, sulla scorta di quanto rivelato da quattro collaboratori di giustizia, pendeva l’accusa di essere l’esecutore materiale dei due delitto. In particolare il rampollo, appena 17enne all’epoca dei fatti, avrebbe premuto il grilletto per dimostrare ai propri sodali di poter prendere il comando del clan Ascione-Papale dopo l’arresto dei vecchi capi: un battesimo di sangue, insomma. Finito in manette e poi alla sbarra, in primo grado Ascione jr aveva così incassato 16 anni di reclusione a fronte dei 20 richiesti dalla pubblica accusa. Il verdetto, grazie alle argomentazioni sostenute dai difensori Giuseppe Perfetto e Luigi Palomba, è stato però completamente ribaltato nel secondo grado di giudizio. Ieri mattina la Corte di appello ha infatti assolto il figlio del capoclan Raffaele, per il quale è stata quindi disposta anche l’immediata scarcerazione. Un risultato clamoroso, maturato mettendo in evidenza alcune gravi discrepanze emerse dai racconti dei collaboratori di giustizia: zone d’ombra che riguardavano in particolare il calibro dell’arma usata nel raid e le modalità con cui la stessa è stata poi fatta sparire.