di Giancarlo Tommasone

I biglietti dati ai gruppi organizzati, Drughi in primis, secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, venivano poi rivenduti ad altri tifosi bianconeri, con un sensibile ricarico sul prezzo iniziale. Si tratta di vera e propria attività di bagarinaggio. Il tramite era rappresentato da Alberto Pairetto (sostenitore ufficiale di collegamento della Juve), che però, va ribadito, insieme alla società Juventus Fc, secondo quanto sostiene la Procura di Torino (nell’ambito dell’inchiesta Last Banner), è vittima di estorsione da parte di un manipolo di ultras.

L’inchiesta
della Procura di Torino
ha portato a dieci arresti
(una quarantina, in tutto, gli indagati)

Funzionava pressappoco così: oltre agli abbonamenti e ai tagliandi di ingresso forniti ai gruppi organizzati (e ai cosiddetti striscionisti di dette fazioni), la società concedeva anche biglietti a pagamento attraverso la modalità della prelazione d’acquisto. Dunque, mettiamo il caso in cui un gruppo avesse bisogno di 100 «pass», li «ordinava» a Pairetto, e una volta ottenuti li rivendeva a terzi.

Le dichiarazioni / Pairetto: nella Sud
nessuno steward, lo impediscono gli ultras

Il guadagno non solo era costituito dal sovrapprezzo sui biglietti, ma pure dal fatto che chi volesse acquistarli, doveva sottoscrivere la tessera del gruppo a cui inizialmente la società aveva fornito i tagliandi.

Il metodo adottato
dagli ultras bagarini

Se per esempio, i 100 biglietti erano stati dati ai Drughi, il tifoso «normale» che avesse voluto acquistare il titolo, doveva sborsare oltre al prezzo (maggiorato) dello stesso, anche la quota per la tessera dei Drughi, quaranta euro. Perché la società bianconera sottostava al ricatto e permetteva di fatto questa attività illecita? Per evitare che avvenissero ritorsioni.

 

Accadeva pertanto che referenti di alcuni gruppi organizzati  delle tifoserie «in tal modo,venivano favoriti nell’acquisto di consistenti quantità di titoli, ripartiti in base alla consistenza numerica del gruppo ultras. Inoltre i titoli di accesso, variavano numericamente in relazione alle singole partite, secondo il meccanismo delle cosiddette “liste” fornite a Pairetto, in conformità a quanto dichiarato dallo stesso Pairetto, in sede di sommarie informazioni il 22 gennaio 2019», è annotato nell’ordinanza.

Il messaggio / L’ultras a Bonucci: ti fischieremo
ma non è per te, è per il fatto dei biglietti

Quando la società aumentava i prezzi dei biglietti, facendo ridurre il guadagno degli ultras «bagarini», oppure quando decideva (come è accaduto per la stagione 2018-2019) di stringere i cordoni della borsa, veniva contestata con lo sciopero del tifo, o «punita» attraverso il lancio di cori razzisti, che significavano sanzioni economiche e pesante danno di immagine per la spa bianconera.

L’inchiesta / «Chiamiamo Report e li informiamo
dell’incontro con i Dominello a Napoli»

Da sottolineare anche il fatto che la maggiorazione dei prezzi dei biglietti venduti a terzi era stabilita dai vertici degli ultras.

Prima la passione per i soldi,
poi quella per la maglia
bianconera
Il tariffario del capo
dei Drughi
finito in carcere

Geraldo Mocciola, detto Dino (capo dei Drughi finito in carcere), è colui che decide i prezzi per la vendita dei tagliandi delle partite «della Juventus ed il “tariffario” da applicare a seconda di coloro che li richiedono, e il tipo di competizione. Da alcune telefonate – è scritto nell’ordinanza – con Domenico Scarano (anche lui arrestato) si rileva appunto come il capo dei Drughi ordini al suo “colonnello” di far aumentare il costo dei tagliandi destinati al gruppo del Belgio per la gara di Coppa Italia Bologna-Juventus: “A questi li deve mettere anche di più e di far aggiungere ancora 10 euro”. Dopo aver parlato con Mocciola, Scarano riferisce gli ordini ricevuti a (un altro ultras), che, come visto, si occupa direttamente della vendita dei biglietti al gruppo belga, affermando “che dovrà chiedere 10 euro in più perché è gente che va quando gli pare e piace a loro e quindi non bisogna trattarli come gli altri(…) se c’è la possibilità di “rompergli il culo”. Per l’incontro di Champions League con l’Atletico Madrid, Mocciola, (ordina) che ai biglietti riservati alla sezione Asti dovranno “mettere quei dieci euro in più… per loro stretti stretti..” e “a quelli che non conoscono, devono metterli come per tutti gli altri”». I guadagni per i referenti dei gruppi organizzati, finiti sotto inchiesta, sono sensibili.

Sulla particolare circostanza, Stylo24 ha raccolto la testimonianza di Alfredo Campoli, ex presidente dello Juventus Club Mondragone, un gruppo che fino a quando è stato in vita, ha potuto esibire il «fregio» di doc. Poi cosa è successo?

La testimonianza
dell’ex presidente
dello Juventus
Club Mondragone

«E’ accaduto che mi sono reso conto che fosse arrivato il momento di prendere le distanze da ambienti e da giochi, che non mi piacevano e ho deciso di chiudere il club. Voglio premettere che il gruppo che ho fondato era un club ‘doc’ e per farlo riconoscere tale, abbiamo pagato delle quote alla Juventus Fc (una sorta di iscrizione all’albo). Capitava però che tutte le volte che chiedevo di esercitare il diritto di prelazione sui biglietti (come hanno diritto a fare i gruppi di origine controllata) mi vedevo riconosciute, faccio un esempio, 5 richieste su venti. I Drughi, invece, chiedevano cento, ottenevano 100», ci racconta Campoli. «Mettiamo il caso in cui avessi voluto sopperire alla mancanza di biglietti, avrei per forza di cose dovuto rivolgermi a loro. Con grande aggravio di spesa, perché sui biglietti, come poi è venuto a galla, c’era un sostanzioso ricarico e in più, se volevi acquistarli da loro, bisognava sottoscrivere la tessera del gruppo (quella dei Drughi, ndr)», continua l’ex presidente.

Per un biglietto
che inizialmente costava
40 euro, si poteva arrivarne
a pagarne anche 100

«Io credo che ci sarebbe stato bisogno di maggiori equilibrio e attenzione, anche da parte della società Juventus, che, nonostante adesso risulti parte offesa, avrebbe dovuto prendere immediatamente le distanze da tali ambienti. Perché quello che poi si è verificato risulta essere azione di bagarinaggio. Mi dispiace solo che per il marchio doc del mio gruppo ho dovuto sborsare anche 2.000 euro alla volta, se tornassi indietro non lo farei mai più», dice ancora Campoli.

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Che conclude, sottolineando la presa di distanza da ogni forma di violenza e di razzismo riferita al calcio e al tifo, e da episodi da stigmatizzare registrati anche a Mondragone, a causa di un gruppo di «soggetti che non sono mai appartenuti allo Juventus Club Mondragone, che si devono vergognare e che non possono permettersi di definirsi mondragonesi».