di Giancarlo Tommasone

L’indagine della Digos, coordinata dalla Procura di Torino, è durata oltre un anno, e all’alba di ieri è sfociata nell’esecuzione di 12 misure di custodia cautelare. Sei persone sono finite in carcere, quattro ai domiciliari, per due di esse è stato disposto l’obbligo di dimora all’ombra della Mole, con il divieto di allontanarsi da casa dalle 20 alle 7.30 del giorno successivo.

I nomi
delle persone
raggiunte da misura
di custodia
cautelare

Si tratta di ultras bianconeri: Geraldo Mocciola; Salvatore Cava (nato a San Giuseppe Vesuviano); Domenico Scarano; Sergio Genre; Luca Pavarino; Umberto Toia; Fabio Trinchero; Giuseppe Franco; Christian Fasoli; Roberto Drago; Massimo Toia; Corrado Vitale. A leggere l’ordinanza relativa all’inchiesta, è facile rendersi conto come la presunta passione di detti soggetti, per la squadra piemontese, sia di molto inferiore rispetto alla brama di arricchirsi, solo un pretesto per entrare allo stadio gratis e per lucrare sulle agevolazioni (centinaia di biglietti a gara, rivenduti con attività di bagarinaggio) concesse dalla Juve per limitare i danni. Andrea Agnelli, presidente della società bianconera, ha tenuto a sottolineare: «(La Juventus) è stata costretta ad aderire (alle richieste degli ultrà), consapevole delle possibili conseguenze negative come cori razzisti ed altre condotte idonee a comportare sanzioni pecuniarie, squalifiche o la chiusura della curva».

La difesa della società
bianconera per la denuncia
tardiva: costretti ad aderire
alle richieste degli ultrà

La società ha continuato a subire per anni, secondo Agnelli, sottacendo le imposizioni degli ultras e non denunciando l’illecito, all’autorità giudiziaria. Circostanza, quest’ultima, che non volge, certo, a favore del messaggio di legalità che dovrebbe provenire da una società di calcio, per di più come quella bianconera, sostenuta da milioni di tifosi in tutto il mondo. Ma tant’è, alla fine quando i bianconeri hanno stretto i cordoni della borsa, si sono ritrovati davanti al muro della Sud dell’Allianz Stadium.

I gruppi
organizzati
finiti nel mirino
della Digos

Nel mirino degli inquirenti capi e «colonnelli» dei gruppi organizzati Drughi, Tradizione-Antichi Valori, Viking, Nucleo 1985, Quelli di Via Filadelfia. I vertici di dette fazioni avevano praticamente monopolizzato le curve juventine e quando la società aveva deciso di mettere un punto alle imposizioni, avevano attuato la propria vendetta, con azioni violente e sciopero del tifo. E pure attraverso il lancio di cori razzisti contro i napoletani, quelli soliti che ogni domenica i supporter azzurri si sentono dedicare non solo dagli juventini, ma in quasi tutti gli stadi d’Italia.

Cori contro i napoletani
per far multare la società

Solo che i canti deprecabili all’Allianz, oltre che per stupidità, erano lanciati per arrecare danno economico  alla Juve, che così sarebbe stata multata, e sottolineano gli ultras, avrebbe imparato la lezione. Del resto, per soldi (che non gli entreranno), un supporter, intercettato, arriva perfino a dire a un sodale, che spera che chiudano la curva. In totale, nell’inchiesta sono coinvolte più di 50 persone, le accuse nei confronti degli indagati sono, a vario titolo, quelle di associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata.

Altro che
mentalità ultras, perfino
le consumazioni estorte
ai gestori dei bar
dello stadio

Si tratta a volte di una «guerra dei poveri», perché gli indagati, secondo i riscontri investigativi, non avrebbero vessato la sola società juventina, ma perfino chi gestisce i bar che si trovano all’interno dello stadio. Questi ultimi, è scritto nell’ordinanza, «erano costretti a concedere, per ogni partita, rispettivamente, al gruppo Tradizione, 40 buoni per consumazioni gratuite, presso il bar allocato al primo anello, ed al gruppo dei Drughi, 25 buoni per consumazioni gratuite, presso il bar allocato al secondo anello».

E c’è di più, sia della società che della tifoseria bianconere, nei mesi scorsi, si è occupata ampiamente la trasmissione Rai, «Report», che ha ripercorso l’inchiesta della magistratura sul business illecito, legato alla gestione dei biglietti per le partite della Juve (sia in casa che in trasferta).

La minaccia di contattare
la redazione di Report

Nell’inchiesta entra anche Rocco Dominello, esponente della ’Ndrangheta, e capo di una fazione dei Drughi.

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A proposito di quest’ultimo e della citata trasmissione Rai, nel corso di un incontro con Alberto Pairetto, slo (sostenitore ufficiale di collegamento) della Juve, uno degli ultras convocati per una riunione – in cui la società, per il tramite di Pairetto, annuncia la volontà e l’impossibilità di assecondare le richieste dei capi della tifoseria (biglietti gratis, inviti a feste ufficiali della Juve, borsoni con maglie e tute della squadra)- minaccia il «funzionario» bianconero. «Puoi andare a dirglielo (inteso alla società ed al presidente Agnelli) che noi ci ricordiamo tutto di quando lui, D’Angelo (all’epoca security manager ) e Beppe Marotta (all’epoca dg) hanno incontrato la famiglia Dominello a Napoli e che quindi per questo saremo noi a chiamare Report così vi rompiamo il culo (…) ricordati che quelli che sono in carcere non vedono l’ora di confermare quello che noi diremo ; poi vedete un po’ voi e vaglielo a dire». Siamo nella primavera del 2018. Per la cronaca, Alberto Pairetto, è il figlio dell’ex arbitro e designatore Pierluigi, condannato nell’ambito dell’inchiesta Calciopoli.