Torna l’Isis: coltelli, veleni e auto per uccidere gli infedeli

Le nuove tecniche dei cani sciolti del terrorismo islamico. Allerta massima anche in Italia (e a Napoli), dopo gli attentati di Londra e L’Aia

L’azione fallita nei pressi del santuario mariano di Pompei, a marzo del 2018

Un venerdì veramente nero quello di ieri, in Europa. Si torna a fare i conti con l’incubo degli attentati da parte di cani sciolti, lupi solitari. Ieri sera all’Aia si sono registrati tre feriti, tutti minorenni, accoltellati da un soggetto che poi si è allontanato e del quale sono subito scattate le ricerche. La polizia olandese dà la caccia a un uomo sui 45-50 anni, di carnagione scura, che al momento dell’azione indossava una tuta da jogging grigia, un giacchetto nero e una sciarpa. E che, secondo alcune testimonianze, avrebbe scelto a caso le sue vittime. Alcune ore prima, invece, a Londra, sul London Bridge, era entrato in azione il 28enne Usman Khan. Come l’attentatore dell’Aia, Khan, era armato di coltello; indossava un finto giubbotto esplosivo e ha pugnalato i passanti assassinandone due e ferendone altri tre, prima di essere a sua volta ucciso dalla polizia.

Khan era stato rilasciato in libertà vigilata l’anno scorso, dopo aver scontato sei anni per reati di terrorismo ed era noto per i suoi legami con gruppi jihadisti. L’allerta è massima da parte le forze dell’ordine in Europa e, naturalmente anche in Italia; si temono altre azioni come quelle registrate nella capitale britannica e nella città dei Paesi Bassi. Si deve far fronte ai gesti di lupi solitari, che per tale motivo sono ancora più difficili da tenere sotto controllo. Alle bombe fatte esplodere tra la folla, ai kamikaze e al fuoco dei kalashnikov, si starebbe preferendo l’utilizzo di altre tecniche, parimenti letali e distruttive.

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Cani sciolti che scelgono di agire, principalmente attraverso quattro modalità, altrettanto letali: quella con l’utilizzo del coltello (appunto, tecnica adottata, nell’ultimo periodo, soprattutto in Palestina); della «car jihad» (con furgoni, camion o auto lanciati contro i passanti); dell’avvelenamento dei pozzi e degli acquedotti; dell’esplosione di ordigni rudimentali (costruiti in casa grazie alle istruzioni reperibili on line, nel siti del deep web). A proposito della «car jihad», viene in mente l’episodio dell’attentato di dicembre del 2016 a Berlino, quando un tir lanciato a folle velocità da un kamikaze ha provocato la morte di 12 persone (i feriti sono stati una cinquantina).

Le vittime stavano visitando il mercatino allestito per le festività natalizie. Ma, parlando di territorio campano, bisogna anche ricordare l’azione registrata a marzo del 2018, di cui si rese protagonista un cittadino algerino, gravato già da due decreti di espulsione, uno dall’Italia, l’altro dalla Francia. Othman Jridi, a fine marzo dell’anno scorso, è stato condannato a due anni e otto mesi di reclusione per furto di auto e false dichiarazioni. Qualche giorno prima, intorno alle 16, secondo la ricostruzione dell’accusa, il giovane si era recato a Pompei dove, a bordo di una Panda rubata a Terzigno aveva percorso Via Lepanto (strada che porta davanti alla basilica mariana) fino ad arrivare in Piazza Bartolo Longo, senza trovare ostacoli poiché fioriere e transenne erano state rimosse per permettere l’allestimento di un palco per la Via Crucis.

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Giunto nell’area pedonale antistante il santuario, il giovane (oggi 22enne) fu avvicinato dai vigili urbani che cercarono di bloccarlo. A questo punto, fuggì a piedi, provando a confondersi tra la gente su un bus, ma fu bloccato dai carabinieri, nel frattempo avvertiti dai caschi bianchi. C’è pure da sottolineare che l’algerino mentì sul suo indirizzo di residenza. Condotto dai militari dell’Arma presso quella che diceva essere la sua abitazione, alla persona trovata nella casa, sussurrò, in arabo, di confermare la sua versione dei fatti.

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Il tentativo fu scoperto grazie alla presenza di un interprete. L’incubo attentati tornò a insinuarsi nella mente dei napoletani, anche perché la basilica mariana rappresenta un obiettivo sensibile e come sottolineò il giudice monocratico del Tribunale di Torre Annunziata, il gesto di Othman Jridi avrebbe evocato «episodi di attentati terroristici». Preoccupante il fatto che durante l’udienza, il giovane ammise di aver assunto sostanze stupefacenti prima di mettersi alla guida, «per sentirsi più vicino ad Allah». Inoltre, in aula recitò una litania in arabo. L’epilogo dell’esperienza terrena di Othman Jridi, si registra all’inizio di febbraio del 2019, quando fu trovato impiccato con una corda che si era costruito con le lenzuola del letto della cella nel carcere di Aversa dove era detenuto dal 27 marzo del 2018. La scoperta da parte degli agenti della polizia penitenziaria, che rinvennero il 22enne ansimante e subito allertarono i soccorsi. A nulla valse il tentativo di rianimarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Giuseppe Moscati.