«Gli eroi mascherati non fanno per me. E non fanno bene nemmeno alle forze dell’ordine». Luigi Sementa, comandante del Reparto operativo durante la faida di Scampia tra i Di Lauro e gli Scissionisti; comandante della Scuola allievi dei carabinieri di Benevento; e comandante della polizia municipale di Napoli.

Il generale dei carabinieri, Luigi Sementa
Il generale dei carabinieri, Luigi Sementa

Generale, viviamo al tempo degli investigatori col passamontagna. Belli e tenebrosi. Un po’ misteriosi. E forse dannati. È la strada giusta per affermare il valore del bene sul male?

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«Non sono d’accordo. La personalizzazione fa sempre male. O meglio: puoi personalizzare per un attimo perché hai seguito, hai curato un’indagine ma poi devi ammettere che il merito è di tutti. Parlando dei carabinieri, devi renderti conto che è stata l’Arma a darti l’opportunità, in qualità di comandante di quel determinato reparto, di portare avanti un’investigazione. Da soli, non si va da nessuna parte».

Il travisamento non potrebbe essere una necessità piuttosto che una civetteria? Come dicono quelli dell’antimafia militante? Ecco, parlano di «scorta mediatica…»

«Allora, su 110mila appartenenti all’Arma dei carabinieri, 80mila dovrebbero avere la scorta mediatica perché sono tanti quelli che, dalle Alpi a Lampedusa o a Pantelleria, catturano latitanti, contrastano il terrorismo, l’eversione, combattono le mafie. Invece, lo fanno a volto scoperto, senza timore».

Il generale Sementa durante un addestramento
Il generale Sementa durante un addestramento

Non le è mai capitato un momento di debolezza mediatica, diciamo così…

«No, mai. Pur avendo fatto sempre polizia giudiziaria anche in reparti interforze, il nostro obiettivo era portare a termine l’operazione senza inutili protagonismi. Era il reparto che compariva e poi la soddisfazione era soprattutto nostra, interna, che si condivideva fra noi con il restante personale, coi magistrati».

Però fa scena il mefisto…

«Io ho avuto tre conflitti a fuoco, di cui due con morti in Calabria, mica sono andato in giro travisato per il resto della carriera».

Un carabiniere con il 'mefisto'
Un carabiniere con il ‘mefisto’

Insisto: non sarebbe più «romantico» un investigatore di cui si disconosce il volto? Un tipo alla Batman?

«Io sono un carabiniere, faccio parte di un certo tipo di reparto, mi copro quando faccio irruzione ma poi dopo no, finisce il discorso. Peraltro, avendo comandato reparti che hanno svolto attività di polizia giudiziaria, non ho mai visto il personale che ha catturato latitanti veramente di grosso spessore travisarsi, andare in tribunale a testimoniare con un cappuccio in testa. Ma di cosa hai paura? Che ti facciano fuori?»

Beh, sì…

«E allora adotti delle contromisure e stai più attento, ma tu devi andare in tribunale scoperto. Allora che deve fare un cittadino che denuncia un omicidio oppure che è testimone di un reato? Deve camminare col burqa? Non è possibile».

L’eroe solitario e misterioso però piace ai produttori delle fiction che investono tanti soldi su questo genere di film. Perché allora succede che si punti su un personaggio piuttosto che su un altro se l’importante è il lavoro di squadra?

«Perché in quel momento tira la fiction su un nome, che ha ottenuto un determinato risultato, ed è normale che succeda ma deve finire là; non è che questo nome può andare avanti per 25-30 anni sempre ricordando un singolo arresto».

Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato da Cosa nostra il 3 settembre 1982
Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato da Cosa nostra il 3 settembre 1982

Perché non può?

«Per il fatto che tutti quanti noi, parlo da Ufficiale dell’Arma, abbiamo catturato latitanti, abbiamo fatto le irruzioni, abbiamo avuto – pochi di noi, a dire il vero – conflitti a fuoco. Quindi non è che dobbiamo per forza vivere di rendita. Noi svolgiamo un’attività, siamo pagati per farlo, siamo al servizio del cittadino e mettiamo in conto anche di correre dei rischi perché, purtroppo, i rischi si possono presentare. Molte volte faccio l’esempio di Dalla Chiesa, del capitano D’Aleo, del comandante Basile, del colonnello Russo: sono uomini che la mafia l’hanno contrastata a volto scoperto. Su di loro non è stata fatta nessuna fiction, a eccezione di Dalla Chiesa. Come mai sul colonnello Russo, che è stato il primo ufficiale insieme a Boris Giuliano a scrivere dei rapporti giudiziari contro Cosa nostra, c’è il silenzio assoluto? Il capitano D’Aleo morì insieme ai suoi due carabinieri perché comandava la compagnia di Corleone e subito prima di lui era morto il capitano Basile: sono tutti esempi per noi, uomini che fanno parte della nostra storia. E questo senza ricordare gli ufficiali e i sottufficiali che hanno perso la vita nel contrasto all’eversione di destra o di sinistra».

Carabinieri con il 'mesfisto'
Carabinieri con il ‘mesfisto’

Chiude con una singola frase?

«Il mefisto va bene alle feste in maschera».