di Francesco Vitale

La Corte di Cassazione, con sentenza numero 23362 dell’undici maggio scorso, ha stabilito che l’indennizzo per «inumana» detenzione va sempre concesso. Nel caso, però, l’amministrazione penitenziaria non sia in grado di confutare le affermazioni del ricorrente.

Confutazioni
che possono
essere effettuate
attraverso
informazioni ufficiali,
vale a dire il corpus
di quella documentazione
e di quei dati relativi
alle condizioni
materiali di detenzione

Da premettere che il ricorso non ha natura di risarcimento, bensì indennitaria. La Suprema Corte, dunque, ha sentenziato che, se l’amministrazione penitenziaria non fornisce le suddette informazioni richieste dal giudice – una volta sia stato instaurato il procedimento – il reclamo del ricorrente va accolto in base al principio della vicinanza della prova. Vale a dire che l’onere della prova dovrà essere ripartito tenendo conto in concreto della possibilità per l’uno o per l’altro dei contendenti di provare circostanze che ricadono nelle rispettive sfere d’azione.

La Corte di Cassazione è stata chiamata a esprimersi su un caso di detenzione

In particolare, è scritto nella sentenza, «il percorso interpretativo, dovendo risalire ai principi generali dell’ordinamento, non può che includere le consapevolezze maturate in campo civilistico, ferma restando la affinità solo parziale tra le situazioni in comparazione. Ciò induce a ritenere che anche nel sistema interno, innanzi al Magistrato ed al Tribunale di Sorveglianza, debba trovare applicazione il principio di diritto per cui la particolare condizione del soggetto ristretto realizza le condizioni per l’inversione dell’onere della prova, nel senso che l’affermazione dell’istante è da ritenersi assistita da una presunzione relativa di veridicità dei suoi contenuti che è compito dell’amministrazione ribaltare attraverso la produzione di elementi di smentita idonei»

Applicato un criterio nato nel processo civile

Nell’ambito della sentenza n. 23362/2018 la Corte di Cassazione ha di fatto applicato un criterio originato nel processo civile. La decisione, dunque, nel caso in cui manchino le suddette informazioni ufficiali, deve fondarsi non sulla disciplina del rito camerale partecipato, ma sui principi generali dell’ordinamento. Ne scaturisce una conseguenza: quella che per quanto riguarda la ingiusta detenzione, assodato che venga accertata l’esistenza del periodo di detenzione, risulta essere più facile provarla. Una sentenza, dunque, quella prodotta l’11 maggio scorso che rappresenta un precedente di non poco conto.