Gianpiero Falco

di Gianpiero Falco*

La prima lettura del decreto Cura Italia fa trasparire molte delle debolezze da noi annunciate nei precedenti articoli, circa la incapacità della politica di giungere a soluzioni mirate ed efficaci. Mi sovviene la storiella dei carrarmati di Mussolini che giravano in tondo ed erano quindi sempre gli stessi, per dimostrare la grandezza militare che non c’era all’ospite di turno internazionale.  Rifuggiamo la critica a prescindere, che è propria delle opposizioni politiche, ma cercheremo di rappresentare il perché delle insufficienze delle misure adottate. Innanzitutto bene i principi di copertura delle problematiche degli operai con la cassa integrazione speciale, anche per le PMI con un solo dipendente e bene assolutamente il principio di rinvio delle scadenze fiscali, anche se per un periodo molto breve che in un momento speciale come questo rischia di essere, una misura annacquata ed insufficiente per l’appunto.

ad

Male malissimo la mancata prescrizione di azioni efficaci per le Partite Iva, che, pur non godendo delle garanzie da lavoro dipendente, di fatto lo sostituiscono in molte situazioni concrete, e non vengono neanche calcolate, pur rappresentando delle minoranze lavorative che ben necessitano di sostegno in un periodo straordinario come questo. Male malissimo le guarentigie nei confronti delle piccole attività commerciali, relative per lo più al credito di imposta dei fitti, che non si preoccupano della problematica vitale della liquidità persa soprattutto da parte delle PMI.

I buoni propositi che non trovano riscontro nella realtà.

E qui mi soffermo, perché il trattamento di questi decreti visti come la panacea di tutti i mali, si ferma, il più delle volte, al solo nomignolo che la politica affibbia al decreto stesso. E questo avviene con nomi altisonanti che non hanno poi, in genere, un seguito. Vi ricordate gli effetti altisonanti, oltre al nome, del tanto sbandierato dello sblocca Cantieri? Sicuramente no e questo perché molto spesso il decreto è una summa di buoni propositi e non si scontra con la realtà fattuale delle cose, un po’ come succede ai nostri giovani politici che non conoscono il processo di produzione degli effetti di una decisione, che deve confrontarsi con nozioni di diritto costituzionale, civile, economico, urbanistico e sanitario. Ragion per cui, non avendo alcuna dimestichezza con tali nozioni, si affidano al primo esperto di turno, che, colpito da improvviso benessere, inizia a sparare saggi del suo sapere che il più delle volte è pura forma e niente sostanza. 

A Napoli, per i miei concittadini questa situazione ben si sposa con il detto ‘’Fumo con la manovella’’ ma per essere contributivi e non distruttivi, rappresentiamo il perché di questa cosa. Costituire fondi di garanzia per i finanziamenti dei nuovi investimenti è sicuramente una buona scelta per le medie aziende, già in possesso di un buono standard bancario, ragion per cui, si aiuta in questo caso quelle aziende che già stavano bene e che probabilmente avrebbero potuto farcela lo stesso. Va bene così per non perdere quote di mercato, ma il Governo conosce la maggior parte delle piccole imprese meridionali già distrutte dalla recente crisi del 2008 dei mutui sub-prime? Non credo, a questo punto. La stragrande maggioranza delle piccole imprese che lavorano al sud resiste sulla marginalità delle prestazioni effettuate e si autofinanzia con quello.

Questo sia perché è meglio avere un debito di fornitura che un debito bancario per le piccolissime aziende, sia perché le stesse. molte volte, operano sul limite di liquidità guadagnato dalla credibilità del loro contesto operativo. Ma, soprattutto, perché moltissime di queste non hanno i parametri richiesti dalle Banche e/o vecchi protesti pregressi che con difficoltà stanno cancellando per effetto della grande crisi del 2008 e che oggi sopravvivono solo come dicevamo, con la marginalità, sul fatturato.

Questa sopravvivenza delle piccolissime aziende che minimizzano al massimo i costi per autofinanziarsi e per dare un auto impiego a chi ci lavora, è fondamentale. Trattasi, per l’appunto, nella maggior parte dei casi, di aziende a carattere familiare, ed è quindi vitale per la pace sociale; e non dare soluzioni a questa crisi per tali aziende non aiuta affatto il Meridione e la sua cronica crisi occupazionale.  Anzi, aumenta il divario. 

Un decreto lontano dalla realtà.

Ma come si fa a non sapere e capire di queste cose? Come si fa ad essere così lontani dalla realtà? Ebbene noi abbiamo parlato in passato di necessità di unificare il ponte di comando come succedeva in passato nell’intervento straordinario senza delega per i Comuni che, il più delle volte, non sono in grado di costruire un percorso certo per la ideazione e la gestione degli investimenti da effettuare. Ebbene, una funzione da affidare a questo soggetto, che prima era chiamato Cassa del Mezzogiorno ed oggi potrebbe ripercorrere tale denominazione, potrebbe essere la mediazione del riavvicinamento al percorso bancario, con la cancellazione straordinaria di tutte le pendenze di queste imprese che sono state considerate reiette e quindi dovrebbero rientrare nel sistema produttivo. Una funzione importante e sociale da svolgere anche questa con il controllo delle Prefetture, per evitare che dietro queste normalizzazioni, vi possa essere qualcuno che non merita tale colpo di spugna. Questo per gestioni pregresse delle società che hanno generato reati penali.

Solo in questa maniera, il decreto potrà avere una valenza di iniezione di liquidità reale anche verso quelle aziende scarsamente capitalizzate, ma che più abbisognano di essere aiutate perché statisticamente rappresentano quelle che drenano maggiore occupazione tramite l’auto impiego. In buona sostanza, non basta fare proclami, quelli sono i titoli del libro che si deve scrivere e se non c’è lo scrittore, il libro rimane una mera intenzione. Ma come si fa a non capirlo? Quindi competenza e nuova legiferazione non solo sugli aiuti ma sui tempi di realizzazione degli investimenti e della messa a disposizione effettiva di liquidità delle imprese.

L’assenza di una politica competente.

Ma per fare questo c’è bisogno di gente competente. Ne vedete all’orizzonte? Noi No. E questa mancanza di effettiva incisione sulle problematiche tanto dichiarate, crea anche una disparità di trattamento tra le classi sociali e noi diremmo, una guerra tra poveri. Vengono messi effettivamente sotto tutela tutti coloro che hanno già un posto di lavoro mentre i detentori di Partita Iva che hanno una posizione meno stabile vengono sottovalutati. Come vengono sottovalutati, nelle loro esigenze, i piccoli imprenditori meridionali per le motivazione anzidette e che fanno impresa principalmente per auto impiego.

Per non parlare delle ingiustizie nei confronti degli esercizi commerciali, i quali con uno sgravio del 60% del fitto del locale e solo per il mese di marzo poco ci fanno, visto che il non guadagnare li porta ad avere un gap finanziario per le scadenze già effettive e senza la liquidità del mese di marzo. Non parliamo, poi, del contributo dato agli autonomi, inadeguato.

Un decreto che non tiene conto della effettiva situazione, ma soprattutto della contribuzione delle classi sociali al reddito disponibile della nazione. Queste basse garanzie, se non attuate correttamente faranno fare la fine al decreto di quello dello sblocca cantieri.  Un fallimento assoluto e per dirla alla maniera del cittadino della strada… tutto chiacchiere e nulla più.

Adesso basta! C’è bisogno della politica vera, non quella che si vanta di aver sbloccato la vendita di mascherine. Quindi più che mai dobbiamo essere alla ricerca delle competenze perdute e soprattutto tesi ad una regolamentazione stringente dei social, che ormai destabilizzano la vera informazione al servizio del dio denaro e non della verità, ma piuttosto dei contatti che si riescono a fare per dare un valore agli stessi e guadagnarne in pubblicità.

Che brutto momento per la nostra Nazione.

Gianpiero Falco,
delegato allo Sviluppo Regionale di Confapi Campania.