Il tempo per non fare nulla, se non soffrire e osservare il mondo social.

di Tania Fedeli.

Il mio 2020 non è iniziato nei migliori dei modi, ho festeggiato l’arrivo del nuovo anno in compagnia di un virus intestinale che è stato il mio cavaliere da baciare sotto il vischio, il mio fedele Alfred anche se io non sono Bruce Wayne. Mi ero preparata alla grande per questo 2020, avevo chiuso tutte le mie incombenze, avevo fatto il solito bilancio, avevo letto tutti gli oroscopi (anche se non ci credo, ma una sbirciatina non fa male); insomma mi ero attenuta a tutti gli standard per inaugurare l’anno nuovo alla grande: Gioia d’un gran disegno avrebbe scritto il Manzoni.

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Tutto è stato vano, nessun rito propiziatore ha sortito l’effetto desiderato, sono caduta con lancinanti dolori che solo San Sebastiano potrebbe capirmi o coloro, che sventurati come me, patiscono o hanno patito questo maleficio della natura.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere grazie a questa mia indisposizione sono riuscita a prendermi del tempo per non fare nulla se non soffrire.

In fin dei conti sono stata fortunata ho potuto godere, nelle festività, dell’insostenibile leggerezza dell’essere antisociale, di poter stare sdraiata sul divano ad oziare ed esercitare il lusso di poter pensare a tutto ciò che mi passava per la mente.

Ho riflettuto sugli sfortunati che durante quei giorni per forza dovevano mostrarsi felici di incontrare persone, di augurare loro un felice anno, di brindare, di trovarsi a tavola rapiti per ore accanto a qualcuno che, puntualmente, ti pone delle domande a cui tu abbozzi una risposta di circostanza.

Io ho potuto dire che non potevo essere dolce, simpatica, gioviale, conviviale, essere festiva perché la mia sofferenza fisica mi ottenebrava, tutti mi hanno lasciato stare.

Comodamente distesa sul mio divano ho oziato, come dicevo, ma ho potuto osservare ciò che il mondo esterno riusciva ad offrirmi grazie ai social networks.

Gente allegra, brindisi, tavole apparecchiate, outfits probabili ed improbabili, regali, coppie felici, post ricchi di speranza.

In fondo ero contenta di poter solo osservare, come un antropologo culturale osservavo tramite lo schermo del mio smartphone le posizioni nei selfie di gruppo, di quelli di coppia, di quelli singoli, delle foto fatte agli alberi di natale, ai regali a come tutto fosse perfetto nell’imperfezione più assoluta qual è la vita. Eppure in ciò che rimarrà di noi sui social ci sarà la perfezione come nelle line di Nazca dove neanche il vento millenario riesce a scalfirle.

Ma la perfezione di un attimo è sinonimo di verità?

In ogni post che si pubblica si può ricercare la verità della vita o è la rappresentazione teatrale che diamo della nostra vita al pubblico non pagate che ci circonda.

Erving Goffman avrebbe detto che recitare una parte non significa mentire o essere in malafede, ma è una condizione normale di chi si trova ad agire in presenza di altri. “Probabilmente – dice sempre Goffman – non è un caso che la parola “persona” nel suo significato originale volesse dire maschera. Questo implica il riconoscimento del fatto che ognuno sempre e dappertutto, più o meno consciamente, impersona una parte”.

Ma una persona potrebbe completamente essere assorbita dalla sua rappresentazione da non rendersi più conto del limite tra ciò che è pubblico e ciò che è privato?

O semplicemente da una rappresentazione falsata della sua identità mantenendo separati i due ambiti?

In poche parole in quale dei due mondi esiste la maschera o la persona?

In realtà sono domande a cui forse non troveremo mai una risposta semplicemente perché ci concentriamo su ciò che oggi siamo, ma oggi siamo ciò che eravamo anche ieri. Nulla è cambiato da quando siamo usciti dalle selve oscure solo che oggi tutto è alla portata di uno smartphone.

In questi giorni di sofferenza mi è piaciuto interpretare la parte della snob che evita di uscire durante le festività perché troppo rumorose ma in realtà non ho avuto scelta, il virus intestinale ha scelto per me. La mia guarigione è vicina e anche io mi accingo ad interpretare un nuovo personaggio per questo nuovo anno.

D’altronde tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.