Gianpiero Falco

di Gianpiero Falco*

C’è da fare una seria riflessione generale sugli effetti che il Coronavirus sta generando sia nel settore socio-economico che in quello politico. Innanzitutto, dopo due settimane di blocco semi-totale, in Campania siamo in una situazione seria solo per la inefficienza delle strutture. E la situazione di mancanza di posti letto in terapia intensiva fa pensare a scenari foschi, che replicherebbero il caso della Lombardia, pur non avendo gli spaventosi numeri della stessa in termine di contagiati. In termini di valenza del virus è ormai chiaro che sia molto contagioso ma anche che fa vittime solo anziane e, per lo più, già con patologie pregresse.

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Chi è morto solo di Coronavirus, secondo le stime dell’Istituto superiore della Sanità, si conta sul palmo di due mani e poco più, per un valore pari a 12 unità. Gli altri, nel loro valore, sommavano una e/o più di due patologie pregresse. E anche negli altri 12, per giunta, non si può escludere che le avessero e non ne fossero a conoscenza. Con questo non vogliamo certamente dire che gli anziani che avevano trovato equilibri pur in presenza di patologie dovessero certamente morire. Anzi. Solo che, a differenza di coloro che prospettano scenari alla Armageddon, ed in questo sono letali i social, se ci fosse meno ipocrisia e si valutasse il problema per quello che è, e cioè politico – economico, si farebbe un passo avanti per la soluzione. 

E facendo questo, credo che si potrebbe anche calmare un po’ il sistema Italia, che, dato il panico dovuto ad una comunicazione assolutamente errata, si spaventa per effetto di una situazione a cui la nostra democrazia non è affatto abituata. In primo luogo, la cronologia degli eventi in cui si è espanso il virus dimostra come tali effetti si siano sviluppati per la mancanza della valutazione degli stessi, in relazione alla situazione della nostra sanità nazionale. E quindi aver concesso le partite di Champions a Milano dell’Atalanta, potrebbe essere stato il condizionamento ottimale per lo sviluppo del focolaio di Bergamo e Provincia e pertanto la situazione odierna è vittima più della politica sanitaria che del problema sanitario.   Politica che, nella sua inefficienza, ha avuto l’unica soluzione di chiudere tutte le città, forse l’unica in quel momento, e non ha compreso, dopo l’allarme di Codogno, che bisognava disciplinare il tutto, con delle misure che tenessero conto delle esigenze economiche del Paese.  

La zona rossa

Chiudere totalmente un luogo, definendolo zona rossa, non sempre è possibile proprio per l’importanza che alcune infrastrutture socio economiche rappresentano per lo sviluppo socio-economico di tutto il Paese. Fermare il paese per fermare il virus, creerà una fuoriuscita dal mercato delle imprese a bassa intensità di capitale, poiché, senza ombra di dubbio, soffriranno la mancanza dei ricavi dei mesi di chiusura. E questo processo avrà effetti sul mercato del lavoro, poiché l’autoimpiego delle imprese familiari rappresenta sicuramente una variabile che drena molta forza lavoro e dà occupazione. Per le imprese medie, invece, ci sarà una crisi rappresentata dalle quote di mercato che si perdono ad opera dei competitors che approfittano della situazione e sostituiscono le imprese italiane. Non parlando delle grandi imprese leader, che hanno, invece, la capacità di rientrare in un alveo di normalità, quindi, lo scenario summenzionato porterebbe il Paese in una grave crisi economica per effetto, questa volta, del mercato.

Come, quindi, adottare una scelta così radicale, questa a volta a danno dei giovani che per ricostruirsi un futuro dovranno ripartire da zero? Sentire i canti di gioia dei politici per lo sblocco del patto di stabilità è una cosa da condividere solo in parte, perché questo attiene alla politica economica degli stati e degli investimenti che avranno effetti nel medio lungo periodo, ma, nel breve, sarà il mercato a dettare le leggi dolorose delle perdite di quote detenute dalle imprese italiane. E, quindi, anziché bloccare il Paese, si potrebbe pensare a qualche idea diversa. Ma come fanno a pensare i nostri rappresentanti politici a ipotesi alternative se non hanno idea sul da farsi? E a questo ci aggiungo anche tutte le associazioni datoriali, se non anche le associazioni sindacali. E questo cerco di dirlo senza acredine, ma con spirito critico positivo, in questo momento delicato, facendo tutti un passo indietro, teso alla conoscenza dei propri limiti.

Il modello coreano

L’ipotesi coreana di mettere sotto controllo, ad esempio, tutti quelli che sono in quarantena e tracciarli sia dal momento di certificazione del contagio che ex ante, per sapere dove sono andati e mettere in quarantena anche i soggetti incontrati, potrebbe essere una buona soluzione di contrasto al virus. E’ vero che si derogherebbe all’inviolabile diritto alla Privacy, ma si garantirebbe il funzionamento del nostro Paese. E poi che dire delle nostre libertà personali violate con i decreti Cura Italia? Questo chiaramente al netto di una gestione politica non sufficiente sia della situazione in sé, che delle strutture sanitarie. Anche se queste ultime, sono figlie delle politiche discriminatorie della Unione Europea che dal governo Monti in poi, ha fatto sempre diminuire le risorse a disposizione.

L’abbattimento psicologico e depressivo in cui è caduto il nostro Paese adottando il modello cinese è sotto gli occhi di tutti. Si litiga per una sciocchezza e ognuno è il nemico dell’altro. Quando non si hanno certezze è in pericolo lo stato democratico e non tutti riconoscono di appartenere allo stesso, già in partenza. Magari chi è ostile ai dettami del decreto si sente defraudato dal suo stesso Governo, perché non ha nulla, e affolla da sempre la schiera degli ultimi in società. Come si fa ad essere cosi inadeguati e non definire politiche di contesto? Inadeguati lo siamo tutti, ripeto, perché ogni governo è specchio dei suoi cittadini, e per questa necessità di miglioramento è necessario riequilibrare le distanze tra le classi sociali e levare linfa vitale alle associazioni malavitose del nostro meridione. Si deve fare, è vero, un piano di ricostruzione totale dell’apparato, iniziando dalle piccole e medie imprese, senza però disattendere le necessità del momento e cioè sostenere senza follie le stesse.

Dire chiudiamo tutto è da folli ed è specchio di un contesto insufficiente ed incapace di soffrire perché renitente al lavoro e più orientato sull’accrescere delle componenti dei diritti personali. Per favore, cambiamo atteggiamento e accresciamo le nostre potenzialità culturali e mettiamo in relazione competenze e non chiacchiere. Il Paese rischia fortemente di uscirne con le ossa rotte da questa grave crisi sanitaria.

Le differenze nella politica europea

Altra e ultima considerazione è la politica europea della nostra Unione in cui molto credevamo, ma molto ci ha levato. Una politica di sviluppo frenata dalla rigidità tedesca agli investimenti, non prima di aver messo a posto i conti, ci ha fatto del male, poiché si è giocato con la propensione al consumo di una popolazione abituata a riequilibrare i propri scompensi con le opere di infrastrutturazione e con l’aumento delle esportazioni per opera della svalutazione della moneta. E ad oggi il livello di vita degli italiani è innegabilmente sceso rispetto a i tempi della lira poiché la politica europeista ha chiesto prima i sacrifici e poi gli investimenti. E questo per cosa? Per salvaguardare la moneta unica dall’inflazione. Ma, suvvia, vuoi vedere che il tanto detestato Farage, onorevole inglese del parlamento europeo, propugnatore della BREXIT, nel suo famoso discorso contro la nomenclatura europea non abbia tutti i torti? E che tali politiche non siano altro il frutto di una pretesa egemonia tedesca sugli altri popoli europei? Cosa che non è riuscita a fare militarmente nella secondo conflitto mondiale? Se si guarda agli effetti avuti sulla nostra economia, qualche dubbio sale e soprattutto se non si dotano tutti i membri della Comunità Europea delle stesse infrastrutture non ci sarà Europa unita che tenga. Vedere l’Italia con 5000 posti totali per la terapia intensiva e la Germania con numeri 50 volte superiori fa riflettere. In conclusione, Il corona virus ha portato alla chiusura fisica dei confini per la paura del contagio, ma quello che è più grave per le istituzioni europee, ha instillato il dubbio della necessità di lasciarli aperti.

Gianpiero Falco,
delegato allo Sviluppo Regionale di Confapi Campania.