di Giancarlo Tommasone

Sono considerati i paladini della lotta alla criminalità organizzata, che hanno fatto della battaglia contro la mafia e la camorra una ‘missione’. Eppure non hanno potuto evitare di balzare agli onori della cronaca per essere finiti nel mirino della magistratura. Tre nomi importanti del panorama nazionale, quelli dell’ex pm di Palermo Antonio Ingroia (che adesso esercita la professione di avvocato), del direttore di Telejato Pino Maniaci e dell’ex senatore dei Ds e ex componente della Commissione Antimafia, Lorenzo Diana.
Partiamo da quello che fu, alle elezioni del 2013, candidato premier nelle fila di Rivoluzione civile, Antonio Ingroia. Nei giorni scorsi la guardia di finanza ha effettuato nei suoi confronti un sequestro di oltre 150mila euro.

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Guardia di finanza in azione

L’ipotesi di reato è quella di peculato. Secondo gli inquirenti, l’ex magistrato, da amministratore unico di Sicilia e Servizi, società a capitale pubblico che gestisce i servizi informatici della Regione Sicilia, avrebbe percepito – in maniera indebita – rimborsi di viaggio per 17mila euro. Inoltre, sempre secondo la Procura palermitana, si sarebbe liquidato un’indennità di risultato ammontante a 117mila euro, considerata sproporzionata rispetto agli utili realizzati dalla suddetta società. Ingroia, in merito alla vicenda ha tenuto a sottolineare che ha la coscienza a posto e che dimostrerà nelle sedi opportune di aver sempre rispettato la legge.
L’ex pubblico ministero, scrivevamo, attualmente esercita la professione di avvocato e assiste un altro simbolo della lotta alla mafia, che si è trovato al centro di indagini della magistratura: si tratta di Pino Maniaci.

Pino Maniaci

La vulcanica guida di Telejato, emittente rilevata da Maniaci nel 1999, è stato rinviato a giudizio per estorsione. Il giornalista, era stato ripreso dai carabinieri mentre chiedeva denaro ai sindaci dei Comuni di Partinico e Borgetto (centri in provincia di Palermo), ma ha sempre respinto le accuse. Inoltre a Maniaci è stato pure contestato di aver imposto a un assessore di Borgetto l’acquisto di duemila magliette col logo della sua emittente. Il processo si sta svolgendo presso il Tribunale del capoluogo siciliano. All’atto del rinvio a giudizio nei suoi confronti, il giornalista aveva annunciato la chiusura di Telejato, ma l’emittente continua tuttora la sua attività.
Per finire ci occupiamo di Lorenzo Diana, una bandiera della lotta alla camorra. Era finito al centro di una inchiesta sulla metanizzazione del Casertano affidata alle Coop rosse di Cpl Concordia. Nei suoi confronti l’accusa era di quelle pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa.

Lorenzo Diana

Proprio lui che la mafia e in particolare la camorra dei Casalesi l’ha sempre combattuta; proprio lui che nel 2008 è stato insignito del Premio Borsellino. Proprio lui, idolo di Roberto Saviano. Da quell’accusa pesante, è bene sottolinearlo, Diana è stato assolto. Ma il paladino della lotta all’illegalità deve fare i conti con una vicenda quanto meno imbarazzante. E dal brand tutt’altro che all’insegna delle regole.
Ascoltato dai magistrati, ammise: “E’ stato l’errore di un padre”. La circostanza quella di aver chiesto ed ottenuto grazie all’intercessione di un avvocato un certificato fasullo. Il documento sarebbe servito al figlio di Diana per attestarne prestazioni da dirigente sportivo mai svolte. Gli inquirenti ipotizzarono che Lorenzo Diana non avrebbe esitato a promettere al professionista Manolo Iengo (all’epoca sostituto procuratore Figc) una collaborazione nel Caan in cambio di un attestato prodotto da una squadra di calcio della provincia napoletana.