di Giancarlo Tommasone

Rappresenta un precedente non di poco conto, la sentenza 3138/2018 del Consiglio di Stato, se si tiene presente della materia su cui si sono espressi i giudici della III Sezione, lo scorso 25 maggio. Chiamati ad analizzare il caso di una società che annoverava tra i suoi dipendenti «molteplici pregiudicati, dediti ad attività criminale e/o contigui ad attività criminali» e che per tale motivo, era stata esclusa dall’assegnazione di un appalto pubblico (nel caso specifico un appalto per la gestione dei rifiuti).

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La stessa ditta era stata pure estromessa dall’albo in cui
sono inserite
tutte le imprese che si ritengono
con certezza al riparo
da infiltrazioni
mafiose, la cosiddetta «white list»

Ebbene, per la giustizia amministrativa, il fatto che una ditta abbia tra i dipendenti, «pregiudicati anche contigui ad attività criminali», non prova l’infiltrazione nella ditta di ambienti criminali e quindi la società non va esclusa dall’assegnazione di appalti pubblici.

Le conclusioni dei giudici amministrativi
della III Sezione: l’impresa va reintegrata

I giudici, annotano nella sentenza, che la Sezione ha chiarito «che a rilevare non è il dato in sé che un’impresa possa avere alle proprie dipendenze soggetti pregiudicati oppure sospettati di essere contigui ad ambienti mafiosi, quanto piuttosto che la presenza degli stessi possa essere ritenuta indicativa, alla luce di una quadro indiziario complessivo, del potere della criminalità organizzata di incidere sulle politiche assunzionali dell’impresa e, mediante ciò, di inquinarne la gestione a propri fini».

Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato

Del resto, puntualizzano i giudici di Palazzo Spada, che «se si adotta questa prospettiva risulta chiaro perché la stessa Sezione terza del Consiglio di Stato, in alcuni propri precedenti, abbia annoverato fra gli elementi indiziari del tentativo di infiltrazione mafiosa “l’assunzione esclusiva o prevalente, da parte di imprese medio-piccole, di personale avente precedenti penali gravi o comunque contiguo ad associazioni criminali” (sentenza n. 1743 del 3 maggio 2016 richiamata anche dalla sentenza n. 3299 del 20 luglio 2016)». Secondo i giudici amministrativi, non «può dunque sussistere alcun automatismo fra presenza di dipendenti controindicati e tentativo di infiltrazione mafiosa».

L’obbligo giuridico della clausola sociale

C’è anche da considerare che, per il caso in oggetto, la ditta era tenuta all’adempimento dell’obbligo giuridico della «clausola sociale». In base alla quale clausola, nel momento in cui si verifichi un cambio dell’esecutore negli appalti pubblici, la ditta subentrante deve riassorbire il personale dell’impresa uscente, naturalmente salvo eccezioni. «Essa (la clausola sociale, ndr) deve essere incondizionatamente accettata dal subentrante, pena l’esclusione dalla gara».