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di Giancarlo Tommasone

L’operazione Hermes scattò alla fine di aprile del 2009, portò in manette 29 persone (tra esse anche tre militari dell’Arma). Gli indagati furono 97, latitante, al momento del blitz interforze, Renato Grasso, classe 1964, di Pianura. Detto ’o presidente, e conosciuto anche con l’alias del «re dei videopoker», si consegnò, nel carcere di Rebibbia circa due mesi dopo.

Nei giorni scorsi,
Renato Grasso,
alla fine
del processo di primo grado,
durato circa 10 anni,
è stato condannato
a 16 anni di reclusione

La sentenza è stata emessa dai giudici del Tribunale di Napoli (IX Sezione, Collegio C, presidente Antonio Pepe). Il fratello di Renato Grasso, Francesco, è stato condannato a 10 anni di reclusione. Nell’operazione del 2009, furono coinvolti, anche componenti di una famiglia di imprenditori del Vasto. Biagio e Vincenzo Vaccaro, e Rosario Milano (difesi dall’avvocato Michele Riggi) sono stati assolti. Per molti degli indagati è intervenuta, invece, la prescrizione. Le accuse, a vario titolo, sono quelle di associazione di tipo mafioso, concorso esterno, estorsione, truffa allo Stato, riciclaggio di denaro sporco,
corruzione di pubblici ufficiali. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione, al cui vertice è indicato Renato Grasso, avrebbe imbastito rapporti con clan napoletani, della provincia partenopea e del Casertano (Casalesi, sponda Iovine) per l’installazione di videopoker e per la gestione dell’affare in tutta «tranquillità», assicurandosi la protezione delle cosche. Che sarebbero state poi coinvolte nell’affare, attraverso l’assicurazione di una quota fissa mensile e il riciclaggio di proventi illeciti.

Le indagini
innescate
dalle dichiarazioni
dei collaboratori
di giustizia

Le indagini furono innescate dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Domenico Di Caterino, Paolo Di Grazia e Domenico Bidognetti; l’inchiesta fu incentrata intorno agli affari del re delle sale gioco, Renato Grasso, ritenuto dai magistrati, molto vicino a esponenti del clan dei Casalesi, a Cosa Nostra e ai Madonia.

L’operazione Hermes
portò al coinvolgimento
oltre che di elementi
della camorra
napoletana e casertana,
anche di affiliati
alla ’Ndrangheta e alla mafia

Contestualmente furono effettuati (in 13 città) sequestri di beni per 150 milioni di euro: sotto chiave finirono 39 società commerciali; 3 ditte individuali; 100 immobili, 104 autoveicoli; 140 quote societarie. I sigilli scattarono anche per diverse sale bingo a Cassino, Milano (viale Zara), Cernusco sul Naviglio, Lucca, Padova, Brescia, Cologno Monzese, Cremona, Frosinone e alcune strutture in provincia di Caserta.

«Un patto criminale che durava da anni e che ha consentito ai clan di imporsi, talvolta come unici soggetti legittimati, in un settore economico fortemente redditizio e in grado di sostenere le casse di interi gruppi criminali». Così scrive Antonella Terzi, gip del Tribunale di Napoli, nell’ordinanza finalizzata dall’operazione Hermes.

L’ordinanza a firma
del gip Antonella Terzi
I clan coinvolti
nella gestione
dell’affare illecito

Affrontando la posizione dei fratelli Renato e Francesco Grasso, il giudice per le indagini premilitari sottolinea: «In concorso tra loro con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso – accordandosi con gli esponenti apicali delle associazioni criminali di volta in volta egemoni nei singoli quartieri di Napoli e della provincia e, segnatamente, con i reggenti del clan Vollaro, di Portici e Cavalcanti, della zona flegrea, del clan Lago, Contino e Marfella-Varriale di Pianura, del clan Puccinelli e Perrella del Rione Traiano, del clan Grimaldi e Scognamiglio di Soccavo, del clan Rossi-Sorprendente e poi Baratto di Fuorigrotta, del clan Polverino e Pianese di Marano e Qualiano, del clan Mazzarella per Forcella, Mercato e Case Nuove, con il clan Misso per la Sanità, del clan Lepre per il Cavone; del clan Frizziero e poi Panzuto per la Torretta; del clan Brandi per il Vomero e con Iovine Mario ed altri esponenti dell’organizzazione dei Casalesi per la provincia di Caserta – stringevano un patto secondo il quale i singoli sodalizi criminosi avrebbero imposto le imprese a lui riferibili quali unici soggetti legittimati ad effettuare le attività di gestione del mercato dei videopoker nei quartieri di rispettiva competenza ed, in genere, di commercializzazione degli apparati da intrattenimento elettronici, obbligando altresì gli esercenti commerciali ad installare tali congegni».

Il ruolo
di Renato Grasso
nell’affare milionario

«Mentre Grasso Renato – scrive il gip – avrebbe garantito alle singole organizzazioni criminali un introito fisso o calcolato a percentuale sulle entrate dell’affare, sostenendo le casse dei rispettivi gruppi criminali e, talvolta, anticipando le somme di cui i singoli clan camorristici o i loro esponenti apicali necessitavano, in tal modo fornendo un apprezzabile contributo di rafforzamento alle strutture criminali interessate dagli accordi, che acquistavano consistenti liquidità economiche da distribuire ai singoli affiliati».

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