di Giancarlo Tommasone

Una sentenza che va a minare la credibilità degli istituti di credito e la tenuta del «chek truncation» (letteralmente troncamento del controllo). E’ quella emessa dall’Arbitrato bancario finanziario, Collegio di Napoli. Una vicenda che ha dell’incredibile e che espone tutti i correntisti al rischio di essere truffati e poi di non vedersi risarciti.

Oltre al caso che racconteremo, si sono registrati di recente altri 2 episodi simili, entrambi per importi molto rilevanti.

Perché come sia possibile che la banca emittente autorizzi la banca terza (quella che ha di fatto incassato il titolo e ha emesso i contanti) a liquidare un assegno circolare contraffatto (l’originale, si badi bene, è sempre rimasto in possesso del truffato) è di difficile, se non di impossibile comprensione. Viviamo nell’era del controllo digitale, quella in cui le carte di credito, le tessere bancomat vengono bloccate, i conti vengono sospesi, nel caso in cui il correntista sia in rosso anche di importi esigui. Però poi, quando si tratta di salvaguardare l’altra parte, la storia è diversa.

La vicenda ha come protagonista un napoletano, che, su internet, si imbatte nel presunto venditore di un’auto da 5mila euro.

Per dimostrare il reale interessamento all’acquisto, invia al suddetto presunto venditore la fotografia dell’assegno circolare non trasferibile (che ha provveduto a far emettere dalla sua banca), con il relativo importo. Sottolineiamo, una fotografia. L’autore della truffa si reca presso uno sportello bancario (di un istituto diverso da quello che ha emesso il titolo) e incredibilmente riesce a incassare un assegno palesemente contraffatto, sfruttando (e utilizzando come modello) l’immagine inviata dalla vittima del raggiro.
L’uomo truffato chiede giustamente, di essere risarcito e ricorre all’Arbitrato. «Il pagamento del titolo da parte della banca negoziatrice è avvenuto, a seguito della consumazione di un truffa, oggetto di denuncia alle autorità, a seguito della presentazione, successiva ad un annuncio di vendita su un sito internet, di una “fotografia” del titolo inviata dallo stesso ricorrente (il truffato, ndr) al presunto venditore dell’autoveicolo», sottolinea il Collegio di Napoli.

L’Arbitrato bancario di Napoli ha risarcito del 50 per cento la vittima

«In sede istruttoria, è stato accertato – è scritto nella sentenza siglata dal presidente del suddetto Collegio, Giuseppe Leonardo Carriero – a seguito dell’esibizione di copia fronte-retro dell’assegno, la evidente contraffazione del titolo, negoziato tramite procedura di check truncation presso diverso intermediario (la banca trattaria e non quella che ha emesso il circolare, ndr)». Il Collegio respinge la tesi difensiva della banca che ha emesso il titolo, poiché argomenta: il controllo della regolarità «in caso di un assegno negoziato in check truncation, non è» dovuto solo alla banca che ha trattato il suddetto titolo, ma anche a quella che lo ha emesso.

Gli assegni circolari sono quelli maggiormente a rischio

Come è noto, tale procedura (check truncation) consente alla banca negoziatrice di assegni bancari e circolari «di chiederne il pagamento alla banca trattaria ed emittente, mediante invio di un messaggio elettronico concernente le informazioni necessarie per la sua estinzione, con la conseguenza che il titolo non viene trasmesso nella sua materialità alla stessa banca trattaria ed emittente. E’ evidente – stabilisce il Collegio – che se la predetta procedura resta funzionale, nell’esclusivo interesse delle banche partecipanti all’accordo e al quale resta completamente estraneo il richiedente, alla riduzione dei costi di negoziazione, non può ritenersi esclusa ogni responsabilità dell’emittente che ha pagato il titolo». L’assegno palesemente contraffatto dunque, è stato praticamente pagato al buio, senza i controlli necessari. Sono state riconosciute anche le responsabilità della banca che ha emesso l’assegno circolare.

La vittima del raggiro è riuscita ad essere risarcita? Niente affatto.

Perché il Collegio, pur ritenendo che sia stata truffata, che il titolo fosse palesemente falsificato e che l’originale sia stato sempre in suo possesso, ha decretato che il proprio comportamento (quello relativo all’invio della foto, ndr) ha sicuramente inciso sullo sviluppo causale degli eventi. Praticamente la truffa sarebbe stata innescata dall’invio dell’immagine al truffatore.

Una considerazione che lascia interdetti. In parziale accoglimento del ricorso, il Collegio ha quantificato il risarcimento del danno in 2.500 euro (la metà dei 5mila).

Ma mai parola fu più lontana dal rendere la realtà dei fatti. Non si tratta di alcun risarcimento, nemmeno parziale, il truffato nei fatti, ci ha rimesso 2.500 euro. Il caso più classico della beffa dopo il danno.